Lorenzo passò la notte nello studio.
Elena lo trovò la mattina successiva davanti al ritratto di Beatrice.
«Pensavo di conoscerla», disse senza voltarsi.
«Forse stava cercando di proteggerla.»
«Oppure aveva paura di me.»
Elena scosse la testa.
«Non possiamo saperlo senza ascoltare ciò che ha lasciato.»
Lorenzo annuì.
Decise di incaricare un avvocato indipendente di verificare le informazioni contenute nella lettera.
Nel frattempo, Sofia continuava a disegnare.
Quella mattina rappresentò un corridoio, una porta blu e una piccola scatola.
Elena le chiese se fosse la scatola con il sole d’argento.
Sofia annuì.
«La mamma la metteva dove non arrivava la pioggia.»
«In casa?»
«Vicino al cielo.»
Elena pensò alla soffitta.
Pietro le spiegò che sopra l’ala occidentale esisteva un vecchio osservatorio, costruito dal bisnonno di Lorenzo.
Da anni veniva utilizzato soltanto come deposito.
Salirono insieme.
La scala era stretta e illuminata da una piccola finestra rotonda. Nell’osservatorio trovarono un telescopio coperto da un lenzuolo, bauli e vecchie sedie.
Elena cercò una scatola di legno.
Non la vide.
Poi notò una nicchia dietro un pannello mobile.
All’interno c’era una custodia vuota.
Sul coperchio brillava un sole d’argento.
Qualcuno aveva trovato la scatola prima di loro.
Sotto la custodia era rimasto un piccolo foglio.
Una frase, scritta dalla mano di Beatrice:
La verità non è nell’oggetto che custodiamo, ma nelle persone che ricordano dove lo abbiamo trovato.
Elena mostrò il foglio a Pietro.
L’uomo lo lesse attentamente.
«Conosco questa scrittura.»
«Naturalmente. Era quella di Beatrice.»
«Non intendevo questo.»
Pietro guardò verso la porta.
«Ho visto qualcuno copiare la sua firma.»


