Lorenzo aveva imparato ad accettare la differenza tra ciò che poteva essere dimostrato e ciò che avrebbe desiderato sapere.
Non avrebbe permesso ai sospetti di dominare ancora la vita di sua figlia.
Elena, invece, aveva ricevuto una proposta di lavoro da una scuola di Milano.
Era un’opportunità importante.
Per giorni aveva riflettuto.
Amava il proprio lavoro a Villa Bellombra, ma sapeva che Sofia stava diventando sempre più indipendente.
Un pomeriggio ne parlò con la bambina.
«Forse, tra qualche mese, comincerò a lavorare in una scuola.»
Sofia la guardò.
«Non vivrai più qui?»
«Probabilmente no. Ma potremo continuare a vederci.»
La bambina rimase in silenzio.
Elena temette di averla ferita.
Poi Sofia sorrise.
«Allora verrò a trovarti.»
«Mi farebbe molto piacere.»
«E tu verrai al mio compleanno?»
«Se mi inviterai.»
Sofia rise.
«Certo che ti inviterò!»
Elena comprese che quello era il segno più bello del cambiamento.
La bambina non viveva più ogni separazione come un abbandono.
Aveva imparato che le persone potevano allontanarsi senza smettere di volerle bene.
L’ultimo giorno d’autunno, Elena tornò alla panchina vicino alla serra.
Era lo stesso luogo dove Sofia le aveva mostrato le pietre bianche.
Il lago brillava sotto il sole del pomeriggio.
Sofia arrivò correndo, con un quaderno tra le mani.
«Elena! Ho fatto un disegno nuovo!»
«Fammi vedere.»
La bambina aprì il quaderno.
Rappresentava Villa Bellombra, il giardino, la serra e molte persone sorridenti.
C’erano Lorenzo, Claudia, Pietro, Teresa, Andrea, Giulia ed Elena.
In alto, tra le nuvole, aveva disegnato un grande sole.
«E questo?» domandò Elena.
Sofia sorrise.
«È la mamma.»
Elena osservò il foglio.
Non c’erano più finestre buie.
Non c’erano figure cancellate.
Non c’erano porte proibite.
Soltanto una casa piena di luce.
«È il disegno più bello che tu abbia mai fatto», disse.
Sofia si sedette accanto a lei.


