La versione ufficiale raccontava che Beatrice fosse partita da sola per un breve soggiorno in montagna.
Secondo Marta, invece, aveva programmato di incontrare una persona che sosteneva di possedere informazioni importanti.
«Non mi disse il nome», spiegò la giornalista. «Ma sembrava convinta che quell’incontro avrebbe chiarito tutto.»
«Ha conservato i suoi messaggi?»
Marta annuì.
Sul telefono aveva ancora alcune comunicazioni.
Una di esse era stata inviata poche ore prima dell’incidente.
Se non torno domani, consegna i documenti al notaio Ferretti.
Elena rimase turbata.
«Perché non lo ha fatto?»
«Ci ho provato. Ma subito dopo la morte di Beatrice qualcuno entrò nel mio ufficio. Non rubò denaro o apparecchiature. Cercò soltanto le sue carte.»
Marta spiegò di aver avuto paura.
Per mesi aveva evitato qualsiasi contatto con la famiglia Valdieri.
«Poi ho saputo che Sofia non parlava più. Ho capito che il silenzio stava facendo male anche a lei.»
Elena la osservò.
«È stata lei a mandarmi i messaggi anonimi?»
Marta annuì.
«Non sapevo se potevo fidarmi. Quando ho scoperto che eri stata assunta come educatrice, ho sperato che qualcuno finalmente ascoltasse la bambina.»
Elena non approvava quel modo di coinvolgerla, ma comprese le ragioni della donna.
«Dobbiamo consegnare tutto alle autorità competenti.»
«Sono d’accordo.»
Marta aprì una cartella.
Conteneva copie di email, appunti e fotografie.
Tra queste, una attirò immediatamente l’attenzione di Elena.
Mostrava Beatrice davanti a un albergo di montagna.
Accanto a lei c’era un uomo.
Indossava un cappotto scuro.
Al polso portava un orologio dal vetro incrinato.
Riccardo Santi.


