Lo schiaffo arrivò prima che riuscissi a tirare indietro Viola.
Mia figlia aveva sei mesi. Urlò.
Non era il pianto stanco di quando voleva la nanna, né il lamento di quando cercava le mie braccia. Era un grido acuto, senza fiato. Coprì le carole della radio e fece posare le forchette a tutta la tavola.
Per un secondo non riuscii a muovermi.
Camilla era in piedi davanti a me, con la mano ancora a mezz’aria. Mia sorella maggiore non sembrava sconvolta. Sembrava infastidita.
«Oddio, rilassati» disse. «È stato un buffetto.»
«Hai colpito mia figlia.»
Viola nascose il viso contro il mio petto. Tremava così forte che lo sentivo attraverso la tutina rossa con le renne che le aveva regalato Davide.
Camilla alzò gli occhi al cielo. «Non la smetteva più. I bambini devono imparare.»
Dall’altra parte della tavola, mia madre Loredana fissava il piatto del baccalà. Papà si schiarì la gola. Zio Ettore si agitò sulla sedia.
Nessuno disse una parola.
Poi la sedia di Davide strisciò sul parquet.
Mio marito si alzò.
Il capitano Davide Moretti era rientrato da otto mesi di missione in Libano da undici giorni. Aveva conosciuto sua figlia attraverso uno schermo. Da quando era tornato, non la perdeva di vista un attimo.
Guardò Camilla. Non alzò la voce.
«Prendi il cappotto.»
Camilla sbatté le palpebre. «Prego?»
«Hai colpito mia figlia. Prendi il cappotto e vattene. Adesso.»
Lei rise, ma la risata le uscì sottile. «Guarda che questa non è casa tua.»
Davide si voltò verso mio padre. «Allora decida lei, Gianni, se una donna che schiaffeggia una neonata resta per il panettone.»
Papà aprì la bocca. Non uscì niente.
Camilla si girò verso mamma. «Sul serio? Lo lasci parlare così?»
Mamma finalmente alzò lo sguardo. «Davide, siamo tutti agitati. Non roviniamo il Natale.»


