Mi voltai così in fretta che Viola sussultò sulla mia spalla.
«Cosa c’entrano Camilla e Viola?»
Papà guardò mamma. Sul viso di lei passò qualcosa, per un attimo appena, ma lo vidi.
Paura.
«Gianni» lo avvertì.
Lui non la ascoltò.
«A ottobre Camilla è rimasta qui con la bambina per un’oretta, mentre tua madre andava in farmacia.»
Mi si chiuse lo stomaco. «Mi avevate detto che mamma non si era mossa di casa.»
Mamma spinse indietro la sedia. «Non è successo niente.»
Papà si passò le mani sul viso. «Quando sono rientrato, la piccola piangeva nello studio, con la porta chiusa. Camilla era giù in taverna con la televisione accesa.»
Fissai mia sorella.
Camilla incrociò le braccia. «Aveva mangiato. Era al sicuro. I neonati piangono.»
«Per quanto tempo?» chiesi.
Nessuno rispose.
«Per quanto tempo mia figlia di dieci settimane è rimasta sola di sopra?»
Papà deglutì. «Non lo so.»
Mi girai verso mamma. «E tu lo sapevi?»
«Arianna, tua sorella era sotto pressione.»
«Ha chiuso una neonata in una stanza.»
«Per poco.»
Davide mi si avvicinò. Sentivo la rabbia che gli saliva addosso, ma la sua voce restava ferma.
«Perché mia moglie non è stata avvisata?»
«Perché tu eri in Libano e lei era già a pezzi» sbottò mamma. «Le stavamo dando una mano.»
«Una mano?» dissi. «Mi avete mentito.»
Camilla afferrò la borsa dallo schienale. «Questa famiglia è matta. Non resto qui a farmi interrogare dal signor capitano.»
Andò verso l’ingresso. Davide non le sbarrò la strada. Si fece da parte e basta.
«La porta è lì.»
Camilla mi puntò il dito contro. «Se mamma finisce all’ospedale per il nervoso, ricordati che è colpa tua.»
La porta sbatté.
Viola fece un piccolo lamento. Quel suono chiuse la discussione, almeno per me.
«Andiamo» dissi a Davide.
Stavolta nessuno ci fermò.


