Davide lesse il biglietto due volte.
«Quando è stata l’ultima volta che la borsa è rimasta fuori dalla nostra vista?»
Ci pensai. Il tribunale. Il pronto soccorso. Casa dei miei, alla Vigilia.
Poi ricordai. In tribunale la borsa era rimasta sulla panca del corridoio mentre parlavo con mamma. E Camilla era rimasta lì vicino. Il biglietto poteva essere in quella tasca da giorni.
Andammo dai carabinieri e facemmo mettere tutto a verbale. Poi cambiammo le serrature. Potenziammo le telecamere. Avvisammo il pediatra, e più avanti l’asilo nido, che solo io o Davide potevamo prendere Viola.
Odiavo vivere sulla difensiva.
Davide mi ricordò che prendere precauzioni non vuol dire avere paura.
«Sono confini» disse. «Solo che questi si montano con le viti.»
Passarono tre giorni. Poi una settimana. Niente.
Mamma cominciò una psicoterapia. Papà si trasferì nello studio, a casa loro, e mi disse che aveva bisogno di tempo per capire se il loro matrimonio poteva sopravvivere a tutte quelle bugie.
Il 5 gennaio, la vigilia dell’Epifania, Camilla chiamò.
Stavo per non rispondere. Davide si sedette accanto a me al tavolo della cucina e io misi il vivavoce.
«Arianna.»
La sua voce era stanca.
«Dove sei?»
«Che importa?»
«Non importa, a meno che tu non voglia avvicinarti a mia figlia.»
Silenzio. Poi disse: «Non volevo farle male.»
«L’hai colpita.»
«Ho perso la pazienza.»
«E hai riso.»
«Perché mi stavano fissando tutti.»
«L’hai lasciata da sola quando aveva dieci settimane.»
Camilla sbuffò. «Mamma ti ha raccontato tutto.»
«Abbastanza.»
«È lei che mi ha fatta così.»
Eccola. La scusa. La porta di servizio da cui scappare.
Mi sorpresi della mia calma.
«Mamma ti ha coperta. Non ti ha mosso la mano.»
Camilla cominciò a piangere. «Tu non sai cosa vuol dire essere quella difficile, in questa famiglia.»
«E tu non sai cosa vuol dire essere quella che deve sempre perdonare.»
Silenzio. Poi un sussurro. «La rivedrò mai, Viola?»
Guardai Davide. Non rispose al posto mio.
«No» dissi.
Quella parola mi fece male. Ma era anche pulita.
Camilla singhiozzò una volta. Poi la sua voce diventò fredda.
«Allora devi sapere che ho ancora una cosa che le appartiene.»
La chiamata si interruppe.
Dieci minuti dopo, la telecamera dell’ingresso inquadrò un pacco sullo zerbino.
Nessun furgone. Nessun corriere. Solo una piccola scatola di cartone, nella neve.


