La nostra avvocata, Chiara Bettini, ci disse di non farci prendere dal panico. Io mi feci prendere dal panico lo stesso.
Davide no. Le consegnò il video di Noemi, la registrazione integrale del nostro videocitofono, la dichiarazione di papà e le chat stampate.
«Lei vuole reazioni» mi disse. «Noi le diamo fatti.»
L’udienza si tenne cinque giorni dopo, il 30 dicembre.
Camilla arrivò con un cappotto color crema, e mamma era al suo fianco. Quasi mi spezzò.
Poi mamma superò Camilla e andò a sedersi nella fila dietro di noi.
Camilla si voltò così di scatto che i capelli le frustarono la spalla. «Mamma?»
Mamma guardava dritto davanti a sé. «Sono qui per dire la verità.»
L’avvocato di Camilla cercò di dipingere Davide come un uomo che intimidisce per via del suo addestramento militare.
La nostra avvocata fece domande semplici.
«Il capitano Moretti l’ha mai toccata?»
«No.»
«L’ha minacciata di farle del male?»
«Non con queste parole.»
«Con quali parole, allora?»
Camilla esitò.
Partì il video di Noemi. In aula si sentirono lo schiaffo, l’urlo di Viola e la voce di Davide: «Prendi il cappotto.»
Nient’altro.
Poi partì la registrazione del videocitofono. Si vedeva Camilla arrivare con il telefono in mano, provocare mamma, avanzare verso papà. E Davide che diceva solo: «Indietro.»
Il giudice guardò tutto senza cambiare espressione. Alla fine respinse la richiesta.
Camilla diventò rossa in viso.
Nel corridoio, fuori dall’aula, mi sibilò: «Credi di aver vinto?»
Non risposi. Si avvicinò.
«Ti sei presa mamma. Ti sei presa papà. Li hai avvelenati tutti.»
La guardai. «Tu hai colpito mia figlia.»
I suoi occhi scivolarono altrove. Per la prima volta non aveva una risposta pronta.
Poi arrivò mamma, e Camilla si girò verso di lei.
«È tutta colpa tua.»


