Chiamai mamma prima di riuscire a convincermi a non farlo.
«Perché hai provato a prelevare novemila euro dal libretto di Viola?»
Non negò. «Per rimetterli.»
«Non ha senso.»
Mi spiegò che aveva venduto la sua macchina. Voleva versare il ricavato sul libretto per restituire almeno una parte di quello che aveva preso. Ma aveva sbagliato l’operazione allo sportello: invece di un versamento, aveva compilato una richiesta di movimento dal libretto. La banca, con il conto già sotto controllo, l’aveva bloccata.
«Perché non l’hai detto al notaio?»
«Perché mi vergognavo.»
Ero così arrabbiata da tremare. Ma per la prima volta, un errore di mia madre era rivolto a riparare un danno invece che a nasconderlo. Non cancellava niente.
Contava comunque.
«La segretezza non si aggiusta con altra segretezza» le dissi.
«Lo so.»
«Davvero?»
La voce le si spezzò. «Ci sto provando.»
Nella settimana successiva, il percorso dei soldi diventò chiaro. Mamma aveva prelevato dal libretto di Viola trentunomiladuecentosessanta euro.
Diciannovemila erano andati a Camilla. Settemilacinquecento avevano pagato una vacanza in Sardegna che mamma si era raccontata come «per tutta la famiglia». Quattromilasettecentosessanta erano finiti allo studio legale di Camilla.
Davanti al notaio Sartori, mamma firmò un piano di restituzione e rinunciò subito alla delega. Papà prese in mano tutte le finanze di casa.
Camilla smise di rispondere a entrambi.
Poi, il primo gennaio, mamma mi mandò una lettera. Non un messaggio. Non un vocale. Una lettera scritta a mano.
Stavo per buttarla.
«Non sei obbligata a leggerla» disse Davide.
«Lo so.»
La aprii lo stesso.
Mamma non mi chiedeva di perdonarla. Non dava la colpa a Camilla. Scriveva:


