Eravamo in pochi. C’era meno rumore. Nessuno camminava sulle uova.
Viola, ormai diciotto mesi, trotterellava tra il divano e il presepe in pigiama verde, stringendo la pecorella di legno del presepe come fosse un tesoro.
Papà venne per un’ora. Mamma venne dopo, da sola. Nessuno dei due si lamentò di come avevamo organizzato le cose.
Mamma si sedette sul tappeto, a qualche metro da Viola, e lasciò che fosse lei a decidere se avvicinarsi.
Alla fine Viola le trotterellò incontro e le mise la pecorella in mano.
Prima di chiudere le dita, mamma guardò me.
Io annuii, una volta sola.
Lei la prese con delicatezza. Tutto qui.
Più tardi, quando se ne furono andati tutti, Davide mi raggiunse al lavello.
«Tutto bene?»
Guardai verso il soggiorno. Viola dormiva sulla spalla di Davide, con una manina aggrappata al suo maglione. Sulla mensola del camino era appesa la calza di nonna Elvira, pronta per la Befana.
Non era un ricordo di Camilla. Era una cosa che avevamo ripreso per nostra figlia.
«Sì» dissi. «Credo proprio di sì.»
Per anni avevo creduto che essere leali alla famiglia volesse dire restare uniti, qualunque cosa succedesse.
Quella Vigilia mi ha insegnato un’altra cosa.
A volte l’amore è una porta aperta. A volte è un perdono.
E a volte è un uomo calmo che si alza da tavola e dice tre parole che nessun altro ha il coraggio di dire.
Prendi il cappotto.
Perché quando qualcuno fa del male a tuo figlio, l’obiettivo non è più la pace.
È la sicurezza.
E quando lo abbiamo capito, il Natale è tornato a essere nostro.


