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Capitolo 5: La Bugia Finisce Online

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Capitolo 5 di 26
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Lessi il post tre volte. Ogni volta era peggio.

Camilla scriveva che Viola «urlava senza controllo». Che io ero «emotivamente fragile». Che Davide le si era «scagliato contro» davanti a tutti.

Poi la frase che mi gelò le mani:

Sono sinceramente preoccupata per quella bambina, dentro quella casa.

«Ci sta incastrando» mormorai.

Davide si riprese il telefono. «Non rispondere.»

«Sta mentendo su di te.»

«Lo so.»

«La gente le crede.»

«Per ora.»

La pediatra tornò. «Devo chiederle una cosa. Si sente al sicuro a tornare a casa?»

«Da Camilla?»

«Da chiunque sia coinvolto.»

Rispose Davide. «Sì. Camilla non ha le chiavi di casa nostra.»

La dottoressa annuì. Ci spiegò che l’episodio sarebbe finito nel referto e che, per protocollo, avrebbe informato i servizi sociali. «È una procedura standard quando un bambino viene colpito» precisò. «Non è un’accusa contro di voi.»

Mi chiese chi fosse presente. Nominai tutti quelli che erano a tavola. Mi chiese se Camilla avesse mai fatto del male a Viola prima. Le raccontai quello che papà aveva appena confessato.

Davide mi guardò. «Tuo padre deve metterlo per iscritto. Stanotte.»

Arrivammo a casa alle 23:52. Viola si era addormentata nell’ovetto. Davide la portò di sopra, mentre io rimasi in cucina, al buio, con il telefono in mano.

Trentuno chiamate perse. Quattordici di mamma, dieci di Camilla, quattro di papà, una di zio Ettore, due da numeri sconosciuti.

Poi arrivò un messaggio di mamma.

Chiamami prima che tua sorella faccia qualcosa di irreparabile.

Chiamai papà.

Rispose al primo squillo. «Arianna.»

«Mandami per iscritto quello che hai detto stasera. Parola per parola.»

Una pausa. «Tua madre non vuole che mi immischi.»

«Ti sei immischiato quando hai deciso di stare zitto.»

Silenzio. Poi un respiro lungo.

«Hai ragione.»

Dieci minuti dopo arrivò una mail con il suo racconto di quel pomeriggio di ottobre. In allegato c’era anche una fotografia.

La aprii.

Era Viola, nello studio dei miei genitori, a ottobre. Piangeva nel lettino da viaggio. Accanto, sulla libreria, c’era un piccolo treppiede con un telefono montato sopra. La lucina rossa era accesa.

Richiamai papà. «Di chi era quel telefono?»

La sua risposta mi fece venire la pelle d’oca.

«È per questo che ho fatto la foto. Non era né mio né di tua madre.»

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