Dieci minuti dopo attraversavamo la Vallagarina sotto la neve, diretti al pronto soccorso pediatrico di Rovereto. Io ero dietro, accanto all’ovetto, e contavo ogni respiro di Viola. Davide guidava con le mani strette sul volante.
«Avrei dovuto capirlo» sussurrai.
«No.»
«Mi fidavo di loro.»
«Anch’io.»
Quando dissi all’infermiera del triage che mia sorella aveva schiaffeggiato la bambina, la sua espressione cambiò. Uscì nel corridoio. Poco dopo entrò una pediatra con una cartellina.
«Fisicamente la bambina sta bene» disse dopo averla visitata. «Ma un adulto l’ha colpita di proposito, e io sono tenuta a scriverlo con precisione.»
Il cuore mi batteva forte. «A scriverlo per chi?»
Prima che potesse rispondere, il telefono di Davide vibrò. Lui guardò lo schermo e il suo viso si indurì.
«Arianna, tua sorella ha appena pubblicato qualcosa su di noi.»
Mi passò il telefono. Il post era già stato condiviso cinquantuno volte. La prima riga era tutta in maiuscolo:
MIO COGNATO MI HA MINACCIATA ALLA VIGILIA PERCHÉ HO CERCATO DI PROTEGGERE SUA FIGLIA.


