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Capitolo 10: Le mani rovinate

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Capitolo 10 di 21
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Il sabato mattina Bianca scese in cucina alle sette e trovò Milena già lì da un’ora.

Bianca: «Ma tu dormi?»

Milena: «Ogni tanto.»

Bianca si sedette sullo sgabello e la guardò impastare.

Bianca: «Posso chiederti una cosa senza che tu mi risponda quello che devi rispondere?»

Milena: «Dipende dalla cosa.»

Bianca: «Mia madre come ti tratta?»

Milena continuò a impastare.

Milena: «È esigente.»

Bianca: «Non ho chiesto se è esigente.»

Milena: «Signorina—»

Bianca: «Bianca.»

Milena: «Bianca. Io ho bisogno di questo lavoro.»

Era la risposta più onesta che avesse dato in quattro mesi, e a Bianca non sfuggì.

Rimasero zitte. Fuori il lago era piatto e bianco.

Bianca: «Sai perché sono andata a Lisbona?»

Milena: «No.»

Bianca: «Perché a diciannove anni ho detto a mia madre che non volevo fare giurisprudenza. E lei per quattro mesi non mi ha rivolto la parola. Non ha urlato. Non ha discusso. Mi ha semplicemente cancellata dalla stanza.»

Si guardò le unghie.

Bianca: «Mio padre non se n’è accorto. Non perché è cattivo. Perché non guarda.»

Milena si pulì le mani nel grembiule.

Bianca: «Fammi vedere.»

Milena: «Cosa?»

Bianca: «Le mani.»

Milena esitò. Poi le allungò.

Bianca le prese e le girò verso la luce della finestra. La pelle spaccata, i tagli piccoli sulle nocche, la cicatrice riaperta sul pollice.

Bianca: «Non ti dà i guanti.»

Milena: «Li ho chiesti.»

Bianca: «Quante volte?»

Milena: «Tre.»

Bianca lasciò andare le mani e si alzò.

Bianca: «Okay.»

Milena: «Bianca, per favore, non dica—»

Bianca: «Non dico niente. Guardo.»

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