Il sabato mattina Bianca scese in cucina alle sette e trovò Milena già lì da un’ora.
Bianca: «Ma tu dormi?»
Milena: «Ogni tanto.»
Bianca si sedette sullo sgabello e la guardò impastare.
Bianca: «Posso chiederti una cosa senza che tu mi risponda quello che devi rispondere?»
Milena: «Dipende dalla cosa.»
Bianca: «Mia madre come ti tratta?»
Milena continuò a impastare.
Milena: «È esigente.»
Bianca: «Non ho chiesto se è esigente.»
Milena: «Signorina—»
Bianca: «Bianca.»
Milena: «Bianca. Io ho bisogno di questo lavoro.»
Era la risposta più onesta che avesse dato in quattro mesi, e a Bianca non sfuggì.
Rimasero zitte. Fuori il lago era piatto e bianco.
Bianca: «Sai perché sono andata a Lisbona?»
Milena: «No.»

Bianca: «Perché a diciannove anni ho detto a mia madre che non volevo fare giurisprudenza. E lei per quattro mesi non mi ha rivolto la parola. Non ha urlato. Non ha discusso. Mi ha semplicemente cancellata dalla stanza.»
Si guardò le unghie.
Bianca: «Mio padre non se n’è accorto. Non perché è cattivo. Perché non guarda.»
Milena si pulì le mani nel grembiule.
Bianca: «Fammi vedere.»
Milena: «Cosa?»
Bianca: «Le mani.»
Milena esitò. Poi le allungò.
Bianca le prese e le girò verso la luce della finestra. La pelle spaccata, i tagli piccoli sulle nocche, la cicatrice riaperta sul pollice.
Bianca: «Non ti dà i guanti.»
Milena: «Li ho chiesti.»
Bianca: «Quante volte?»
Milena: «Tre.»
Bianca lasciò andare le mani e si alzò.
Bianca: «Okay.»
Milena: «Bianca, per favore, non dica—»
Bianca: «Non dico niente. Guardo.»


