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Capitolo 18: Le manette sotto il portico

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Capitolo 18 di 21
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Alle dodici e dieci il maresciallo Salvi chiuse il taccuino.

Salvi: «Signora Marenghi, deve seguirci in caserma. Le contestiamo maltrattamenti in ambito lavorativo e distruzione di materiale probatorio. L’avvocato può seguirci.»

Costanza: «Io non vado da nessuna parte.»

Salvi: «Sì, signora, ci viene.»

Costanza: «Lei sa chi era mio padre? Sa cosa ha costruito la mia famiglia su questo lago?»

Salvi: «Lo so benissimo. Non cambia niente.»

Costanza guardò suo marito.

Costanza: «Edoardo. Fermali.»

Edoardo: «No.»

Costanza: «Sono tua moglie.»

Edoardo: «E lei lavorava in casa nostra. Tutte e due le cose sono vere, Costanza, e io per quattro anni ne ho guardata solo una.»

Uscirono sotto il portico.

Non ci furono manette in casa. Salvi gliele mise una volta arrivati all’auto, senza teatro, girando il corpo verso il muro perché non si vedesse dal cancello.

Ma dal cancello si vedeva lo stesso.

C’erano due vicini, la fioraia Nadia con il furgone fermo a metà vialetto, e un ragazzo delle consegne che aveva smesso di fingere di guardare il telefono.

Costanza attraversò i quindici metri di ghiaia con la schiena dritta e il mento alto, e fu l’ultima cosa dignitosa che riuscì a fare.

Poi la portiera si chiuse e il rumore fu piccolo, quasi niente.

Milena rimase sotto il portico.

Non provò gioia. Se lo era immaginato tante volte, quel momento, e nelle sue immaginazioni provava qualcosa di grande.

Invece provò solo una stanchezza enorme, e le gambe che finalmente si permettevano di tremare.

Bianca le mise una mano sulla spalla.

Bianca: «Vieni dentro. Ti faccio un caffè io, per una volta.»

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