Bianca Marenghi arrivò di giovedì, senza avvisare nessuno, con un trolley scassato e una felpa grigia.
Ventiquattro anni, un tatuaggio piccolo a forma di onda sul polso, le unghie mangiate fino alla carne. Viveva a Lisbona da due anni e mezzo e non era tornata neanche a Natale.
Milena stava pulendo i vetri del portico quando il taxi entrò nel vialetto.
Bianca: «Ciao. Tu chi sei?»
Milena: «Milena. Lavoro qui.»
Bianca: «Da quanto?»
Milena: «Quattro mesi.»
Bianca: «Complimenti.» Lo disse senza ironia, e fu strano.
Costanza scese le scale con un sorriso che arrivò tardi di mezzo secondo.
Costanza: «Bianca! Ma perché non hai avvisato?»
Bianca: «Perché volevo vedere la casa com’è quando non sa che arrivo.»
Ci fu un silenzio.
Costanza: «Sei sempre spiritosa.»
Bianca: «Sempre.»
A cena Edoardo tornò dall’ufficio, abbracciò la figlia più a lungo del necessario e le chiese cinque volte se avesse mangiato.
Milena servì e sparecchiò senza che nessuno la guardasse.
Tranne una volta.
Mentre toglieva i piatti, Bianca alzò gli occhi e guardò le mani di Milena. Le guardò per due secondi buoni. Le nocche spaccate, la cicatrice sul pollice, la pelle bianca e crepata intorno alle unghie.
Poi guardò le mani di sua madre, con la manicure fatta il giorno prima.
Non disse niente.
Ma non smise di pensarci.


