Il lunedì successivo Costanza convocò Milena in salotto e le comunicò le nuove regole con la voce di chi legge una circolare.
Costanza: «Il telefono resta in cucina durante il servizio. Non in tasca.»
Milena: «Va bene.»
Costanza: «Le pause si concordano con me la mattina. Non si decidono.»
Milena: «Va bene.»
Costanza: «E il corridoio di servizio non è una sala d’attesa. Ti ho vista alla finestra.»
Milena alzò gli occhi.
Milena: «Stavo telefonando a mia madre.»
Costanza: «Anche io telefono a mia madre. Non lo faccio nel corridoio degli altri.»
Poi arrivò l’ultima.
Costanza: «E gli orari. Finora abbiamo fatto sette-quindici. Da questa settimana finisci quando la casa è a posto. Se la casa è a posto alle quindici, esci alle quindici.»
Milena: «E se non lo è?»
Costanza: «Allora vuol dire che non hai lavorato bene.»
Milena rimase in piedi in mezzo al salotto.
C’era una frase che aveva in gola da settimane, e per un secondo fu vicinissima a dirla.
Signora, io non sono la sua serva.
Ma vide sul tavolino la busta con la sua firma sopra, quella dello stipendio, e pensò a Rosalba che diceva “ce la caviamo lo stesso” con quella voce troppo allegra per essere vera.
Milena: «Ho capito, signora.»
Uscì.
Quella sera finì alle diciannove e quaranta.
Il giorno dopo alle venti e dieci.
Il giorno dopo ancora smise di contare.


