L’impianto di videosorveglianza di Villa Marenghi era stato montato nel 2016, dopo due furti in una villa vicina.
Sei telecamere: cancello, vialetto, portico, atrio, corridoio della cucina, rimessa delle barche. Un tecnico di Como era venuto tre giorni, aveva forato i soffitti, aveva lasciato un manuale spesso come un elenco telefonico.
Nessuno lo aveva più aperto.
Per i primi mesi Costanza controllava tutto. Poi si era stancata. Poi si era stancata anche di ricordarsene.
Edoardo Marenghi, suo marito, riceveva le notifiche sul telefono. Le aveva silenziate nel 2019, durante un periodo in cui i falsi allarmi lo svegliavano tre volte a notte. Aveva silenziato le notifiche e non le aveva più riattivate.
Ma il sistema, ostinato come tutte le macchine, aveva continuato a lavorare.
Ogni notte alle due sovrascriveva il file più vecchio. Ogni notte alle due registrava un nuovo giorno. Trenta giorni, in cerchio, per otto anni, senza che nessuno lo guardasse.
La telecamera dell’atrio era la numero quattro. Grandangolare, montata sulla cornice sopra la porta. Inquadrava tutto: le scale, il tavolino d’ingresso, la vecchia fotografia di famiglia sul lago appesa sulla parete bianca, e il pavimento di marmo fino al battiscopa.
Costanza, quando urlava, si dimenticava di guardare in alto.
Era una cosa curiosa, e Milena l’avrebbe capita solo mesi dopo: le persone che sono sicure di non essere osservate non alzano mai gli occhi.
Quella mattina Milena finì l’atrio alle otto e cinquanta. Asciutto. Non “quasi asciutto”.
Alle nove arrivò Fabrizio Terni con la sua camicia senza una piega e l’auricolare in un orecchio, e attraversò il pavimento appena lucidato senza guardare dove metteva i piedi.
Fabrizio: «Buongiorno. La signora è di sopra?»
Milena: «Sì. La aspetta in salotto.»
Fabrizio: «Grazie.»
Passò oltre. Lasciò sette impronte.
Milena si inginocchiò e le tolse una per una.
Sopra di lei, il puntino rosso lampeggiò.


