Scesero insieme.
Milena stava lucidando il corrimano dello scalone. Costanza era in salotto con il telefono all’orecchio.
Edoardo: «Costanza. Vieni un momento.»
Costanza: «Sono al telefono con la fondazione.»
Edoardo: «Vieni un momento.»
Qualcosa nel tono lo rese diverso da tutte le altre volte. Costanza riattaccò e uscì in atrio.
Costanza: «Che succede? Non dovevi essere in ufficio?»
Edoardo appoggiò il tablet sul tavolino d’ingresso, sotto la vecchia fotografia di famiglia sul lago, e lo girò verso di lei.
Premette play.
L’audio riempì l’atrio: il rumore del secchio, l’acqua, e poi la voce.
«Ma guarda che disastro hai combinato.»
Milena si fermò con lo straccio in mano a metà del corrimano.
Costanza guardò lo schermo. Girò l’anello al mignolo, una volta, due volte.
Costanza: «Da dove viene questo video?»
Edoardo: «È l’unica cosa che ti interessa?»
Costanza: «Chi ha messo una telecamera in casa mia senza dirmelo?»
Edoardo: «Costanza. Guarda lo schermo.»
Costanza: «Era una giornata storta. Ero sotto pressione per il gala.»
Edoardo: «Ce ne sono altri undici.»
Silenzio.
Costanza: «Undici cosa?»
Bianca: «Undici video, mamma. Da novembre. Con quattro ragazze diverse.»
Costanza si voltò verso la figlia e per un istante — un istante solo — la maschera scivolò completamente, e sotto non c’era rabbia. C’era paura.

Costanza: «Tu. Sei andata a cercare quella donna.»
Bianca: «Sì.»
Costanza: «Fuori di casa mia.»
Edoardo: «Non è casa tua.»
Fu la prima volta in trent’anni che glielo diceva.
Costanza si girò di scatto verso lo scalone, verso Milena, e alzò un dito.
Costanza: «Tu. Tu gli hai detto qualcosa.»
Milena: «Io non ho detto niente a nessuno, signora.»
Costanza: «Bugiarda!»
Edoardo: «BASTA.»
Non aveva mai urlato in quella casa. Il suono rimbalzò sul marmo e sulle volte e tornò indietro, e per tre secondi nessuno si mosse.
Edoardo prese il telefono.
Costanza: «Cosa fai.»
Edoardo: «Quello che avrei dovuto fare quattro anni fa.»
Compose 1-1-2.


