Alle due del pomeriggio Milena non aveva ancora mangiato.
La pausa, sul contratto, era di mezz’ora. Nella pratica, la pausa esisteva solo quando Costanza usciva.
Quel giorno Costanza non uscì.

Milena si infilò nel corridoio di servizio, dietro la cucina, dove c’era una finestra bassa che dava sul retro. Da lì si vedeva un pezzo di lago e il tetto del capanno delle barche.
Tirò fuori il telefono e chiamò.
Rosalba: «Milena! Aspetta che abbasso la televisione.»
Milena: «Ciao mamma. Come stai?»
Rosalba: «Bene, bene. Ieri sono andata dalla dottoressa. Dice che i valori sono meglio.»
Milena: «Hai preso le compresse tutti i giorni?»
Rosalba: «Tutti i giorni. Non sono mica scema.»
Milena sorrise contro il vetro.
Rosalba: «E tu? Come sei messa lì?»
Fuori, una barca a vela passò lenta davanti al capanno.
Milena: «Bene, mamma. Sono brave persone.»
Rosalba: «Ti trattano bene?»
Milena: «Sì.»
Rosalba: «Perché se ti trattano male tu torni, eh. Ce la caviamo lo stesso.»
Milena: «Non mi trattano male.»
Ci fu una pausa. Sua madre respirava piano nel telefono, a quattromila chilometri di distanza, o forse a novecento, ma quel giorno sembravano quattromila.
Rosalba: «Hai mangiato?»
Milena: «Adesso mangio.»
Rosalba: «Bugiarda.»
Milena rise, e la risata le uscì storta.
Riattaccò e rimase con la fronte appoggiata al vetro freddo per venti secondi. Poi si raddrizzò, si rimise la molletta azzurra nei capelli — lì dietro nessuno la vedeva — e tornò in cucina a prendere una fetta di pane.
Non fece in tempo a mangiarla.
Costanza (dall’alto): «Milena! I bicchieri del salotto!»
Rimise il pane nel sacchetto.


