Alle quattro arrivarono le tre amiche di Costanza per il comitato della fondazione.
Milena portò il vassoio in salotto con le tazze buone, quelle con il bordo dorato che andavano lavate a mano e asciugate una per una.
E vide una donna diversa.
Costanza: «Milena, tesoro, appoggia pure lì. Grazie mille.»
Amica 1: «Che meraviglia questa casa, Costanza.»
Costanza: «È merito loro, non mio. Io non alzo un dito, lo sanno tutti.»
Risate.
Amica 2: «Da noi non riusciamo a tenere nessuno più di sei mesi.»
Costanza: «Perché bisogna trattarli bene. È tutto lì. Milena per me è di famiglia.»
Milena versò il tè con la mano ferma.
Amica 1: «Da quanto sei con la signora, cara?»
Milena: «Tre mesi.»
Costanza: «E non me la lascio scappare. Vero, Milena?»
Milena: «Sì, signora.»
Costanza: «Guarda che se ti serve qualcosa devi dirmelo, eh. Non fare la timida.»
Milena: «Grazie, signora.»
Uscì dal salotto con il vassoio vuoto e chiuse la porta alle spalle.
Dietro la porta, la voce di Costanza continuava, calda e generosa, a raccontare quanto fosse difficile trovare personale serio di questi tempi, e quanto lei fosse fortunata.
Milena rimase ferma nel corridoio.
Fu quello il momento — non il secchio, non le mani rovinate — fu quello il momento in cui capì una cosa che le fece freddo dentro.
Nessuno le avrebbe mai creduto.
Perché la donna che le aveva rovesciato l’acqua addosso alle undici e la donna che alle quattro diceva “è di famiglia” erano la stessa donna, e la seconda era molto più credibile della prima.
Portò il vassoio in cucina e lo appoggiò senza fare rumore.


