Fu la fioraia a nominarla per prima.
Veniva il martedì con le composizioni fresche, si chiamava Nadia e parlava con tutti.
Nadia: «Tu sei nuova, eh?»
Milena: «Tre mesi.»
Nadia: «Quindi non hai conosciuto Assunta.»
Milena: «Chi?»
Nadia si fermò con un mazzo di ortensie in mano e la guardò.
Nadia: «La cuoca. Stava qui da… quattordici anni? Quindici? Poi l’anno scorso, di colpo, non c’era più.»
Milena: «Se n’è andata?»
Nadia: «”Andata”.» Fece le virgolette con le dita. «Ti dico solo che quando è uscita da quel cancello aveva la faccia di una che ha pianto per tre giorni.»
Milena: «E perché?»
Nadia: «Chiedilo alla signora. Io i fiori li porto e sto zitta.»
Quella sera Milena aprì il cassetto in basso della dispensa, quello che nessuno usava, e sotto una risma di tovaglioli trovò un quaderno con la copertina consumata.
Ricette. Scritte a mano, in una calligrafia grande e storta.
Risotto pesce persico — burro tanto, non fare la tirchia.
Torta di mele di Assunta — 4 mele, non 3.
Nell’ultima pagina, con una biro diversa, una riga sola:
20 gennaio. Ho detto quello che dovevo dire. Ora vediamo.
Milena chiuse il quaderno e rimase seduta sul gradino della dispensa con le mani sulle ginocchia.
Poi lo rimise sotto i tovaglioli, esattamente com’era.


