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Capitolo 19: La testimonianza di Assunta

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Capitolo 19 di 21
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Il processo si aprì in primavera, in un’aula piccola del tribunale di Como con i termosifoni troppo caldi.

Assunta Grimaldi si presentò con il grembiule verde piegato nella borsa. Non serviva a niente. Se l’era portato lo stesso.

Testimoniò per quaranta minuti, con quella sua voce roca che non aveva bisogno del microfono.

Raccontò i quattordici anni in quella cucina. Raccontò Ivana e l’argenteria che era nel cassetto sbagliato. Raccontò il venti gennaio, e il ventidue.

Avvocato Terzi: «Signora Grimaldi, lei ha installato una telecamera in un’abitazione privata senza autorizzazione. Ne è consapevole?»

Assunta: «Sì.»

Terzi: «Non le sembra grave?»

Assunta: «Mi sembra grave che sia servita.»

Il giudice chiese silenzio in aula.

Milena testimoniò dopo di lei. Parlò piano, guardando un punto fisso sulla parete di fondo, e non pianse.

Alla fine il pubblico ministero le chiese se avesse qualcosa da aggiungere.

Milena: «Sì. Una cosa sola.»

Si girò verso il banco della difesa.

Milena: «Non l’ho mai odiata, signora. L’ho aspettata. Ogni mattina entravo in quella casa e pensavo: forse oggi si accorge che sono una persona. Quattro mesi. Non è successo mai.»

Costanza guardò il tavolo.

Fabrizio Terni testimoniò per ultimo. Ammise tutto, non chiese sconti, e uscì dall’aula senza guardare nessuno.

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