Il processo si aprì in primavera, in un’aula piccola del tribunale di Como con i termosifoni troppo caldi.
Assunta Grimaldi si presentò con il grembiule verde piegato nella borsa. Non serviva a niente. Se l’era portato lo stesso.
Testimoniò per quaranta minuti, con quella sua voce roca che non aveva bisogno del microfono.
Raccontò i quattordici anni in quella cucina. Raccontò Ivana e l’argenteria che era nel cassetto sbagliato. Raccontò il venti gennaio, e il ventidue.
Avvocato Terzi: «Signora Grimaldi, lei ha installato una telecamera in un’abitazione privata senza autorizzazione. Ne è consapevole?»
Assunta: «Sì.»
Terzi: «Non le sembra grave?»
Assunta: «Mi sembra grave che sia servita.»
Il giudice chiese silenzio in aula.
Milena testimoniò dopo di lei. Parlò piano, guardando un punto fisso sulla parete di fondo, e non pianse.
Alla fine il pubblico ministero le chiese se avesse qualcosa da aggiungere.
Milena: «Sì. Una cosa sola.»
Si girò verso il banco della difesa.
Milena: «Non l’ho mai odiata, signora. L’ho aspettata. Ogni mattina entravo in quella casa e pensavo: forse oggi si accorge che sono una persona. Quattro mesi. Non è successo mai.»
Costanza guardò il tavolo.
Fabrizio Terni testimoniò per ultimo. Ammise tutto, non chiese sconti, e uscì dall’aula senza guardare nessuno.


