Il martedì mattina Edoardo Marenghi non andò in ufficio.
Disse a Costanza che aveva una call alle dieci e sarebbe partito dopo. Poi salì nel locale tecnico con Bianca e con il numero di serie che Assunta aveva scritto su un foglietto.
Il rilevatore di fumo sopra la dispensa era finto, esattamente come aveva detto.
Dentro, una scheda di memoria grande come un’unghia.
Bianca la infilò nel lettore. Il portatile ci mise quaranta secondi ad aprire l’archivio.
Centottantatré giorni di file.
Edoardo: «Bianca. Aspetta.»
Bianca: «Cosa.»
Edoardo: «Se guardiamo, poi non possiamo più non aver guardato.»
Bianca lo guardò.
Bianca: «Papà. È esattamente per quello che dobbiamo guardare.»
Aprì il file del giovedì di due settimane prima. Ore 11:04.
Sullo schermo, in bianco e nero, il corridoio di servizio. La porta a vetri aperta. E sulla destra, in fondo, un rettangolo di marmo e la base dello scalone.
Milena in ginocchio.
Il secchio.
Il piede.
L’acqua che si apriva a ventaglio.
L’audio era metallico ma pulitissimo.
«Ma guarda che disastro hai combinato.»
«Signora… l’ha spostato lei.»
«Come, scusa?»
Edoardo si tolse gli occhiali. Li pulì. Se li rimise. Poi li tolse di nuovo perché non serviva a niente.
Bianca aprì un altro file. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Novembre. Dicembre. Marzo. Giugno.
Facce diverse, stesso corridoio, stessa voce.
Bianca: «Papà, quante ragazze sono passate da questa casa in quattro anni?»
Edoardo non rispose.
Alle 8:42 di quella mattina, sul suo telefono, arrivò una notifica che non era mai stata silenziata: Accesso archivio — telecamera 4 — eliminazione file.
Datata: lunedì, ore 9:14.
Guardò lo schermo per dieci secondi.
Edoardo: «Ha cancellato le prove.»
Bianca: «Ha cancellato le prove sbagliate.»


