Assunta Grimaldi rispose al citofono del suo appartamento a Cernobbio come rispondeva a tutto: subito e ad alta voce.
Bianca era salita da sola.
Assunta: «Bianca Marenghi. Madonna santa. Entra.»
L’appartamento era piccolo e profumava di sugo. Sulla sedia c’era una borsa aperta con dentro un grembiule verde, piegato.
Bianca: «Perché ti ha licenziata?»
Assunta le mise davanti un caffè prima di rispondere.
Assunta: «Perché ho detto una cosa che non si dice.»
Bianca: «Cioè?»
Assunta: «Che il modo in cui trattava la ragazza prima di te — Ivana, si chiamava — non era normale. Gliel’ho detto in faccia, in cucina, il venti gennaio. Il ventidue ero fuori.»
Bianca: «E mio padre?»
Assunta: «Tuo padre era a Francoforte. Quando è tornato gli hanno detto che me ne ero andata io.»
Bianca posò la tazza.
Bianca: «Assunta. Le telecamere di casa. Quante sono?»
Assunta: «Sei.»
Bianca: «Sicura?»
Assunta la guardò a lungo. Poi si alzò, aprì un cassetto e ne tirò fuori un foglio piegato in quattro: la fattura di un negozio di elettronica di Como, datata quattro anni prima.
Assunta: «Sette.»
Bianca: «Come sette?»
Assunta: «Ne ho messa una io. Nel corridoio di servizio, dentro il rilevatore di fumo finto sopra la porta della dispensa. L’ho pagata di tasca mia dopo che la signora ha accusato Ivana di avere rubato l’argenteria che poi era nel cassetto sbagliato.»
Bianca: «Registra ancora?»
Assunta: «Ha una scheda da 512 giga e un ciclo di sei mesi. Nessuno l’ha mai toccata perché nessuno sa che c’è.»
Bianca rimase immobile.
Bianca: «Il corridoio di servizio dà sull’atrio?»
Assunta: «Inquadra la porta della cucina, mezzo corridoio e — se la porta a vetri è aperta — un pezzo di atrio. Il pezzo vicino allo scalone.»
Bianca chiuse gli occhi.
Il pezzo vicino allo scalone.


