Un anno dopo, Villa Marenghi era un posto diverso.
Milena Sartori ne era la governante. Contratto regolare, quaranta ore, buste paga che tornavano, e un ufficio piccolo accanto alla dispensa con una scrivania e un calendario.
Aveva assunto tre persone. La prima cosa che diceva a ogni colloquio era sempre la stessa:
Milena: «Qui si finisce alle diciotto. Se non basta il tempo, il problema è l’organizzazione, non lei. E i guanti sono nel secondo cassetto, sempre.»
Assunta tornava il sabato a cucinare, a ore, pagata il doppio di prima e con il grembiule verde addosso invece che nella borsa.

Bianca era rimasta. Aveva aperto uno studio di grafica a Como e saliva a cena tre sere a settimana. Con suo padre parlavano più adesso che in vent’anni.
Rosalba Sartori aveva finito il ciclo di cure a marzo. A giugno era salita in treno da Foggia per la prima volta in vita sua e aveva visto il lago di Como dalla finestra della cucina, e aveva detto:
Rosalba: «Ma quindi tu vieni qui tutte le mattine? Che fortuna.»
E Milena aveva riso, e non aveva spiegato niente.
Nell’atrio, sopra la porta, la telecamera numero quattro lampeggiava ancora.
Nessuno l’aveva tolta. Edoardo aveva riattivato tutte le notifiche sul telefono, e ogni tanto, la sera, apriva l’app e guardava trenta secondi di casa vuota, solo per ricordarsi che guardare è una responsabilità e non un’abitudine.
Sulla parete bianca c’era ancora la vecchia fotografia di famiglia sul lago.
E sul tavolino d’ingresso, in un piccolo portaoggetti di ceramica insieme alle chiavi, c’era una molletta di plastica azzurra.
Milena la teneva lì apposta.
Non per nostalgia.
Per ricordarsi che una volta le avevano detto di toglierla, e che adesso quella casa apparteneva anche un po’ a chi la puliva.
FINE


