Chiamai Franco. Arrivò mezz’ora dopo. Quando vide la fotografia, gli si piegò il viso.
«Lo sai», disse.
«Leonardo aveva il venti per cento. Che fine ha fatto?»
«Credevo che fosse tornato a me.»
«In base a quale documento?»
Abbassò gli occhi. «Le carte le ha seguite Rosanna.»
Naturalmente.
«Sapevi che ero sua figlia?»
«Solo da un anno. E ho trovato questa.» Dalla giacca tirò fuori una fotocopia piegata: l’atto originale della società. La clausola era chiara. Alla morte di un socio, la sua quota passava agli eredi legittimi.
«Quindi il venti per cento della tua azienda è mio.»
«Sì. Da trent’anni.»
«Quanto vale oggi?»
Esitò. «A seconda della valutazione, tra i nove e i tredici milioni di euro. Più gli utili mai distribuiti. Forse qualche altro milione.»
Smisi di respirare. Mia madre si coprì il viso.
Allora tutto prese forma. La mail sul mio stipendio, sulla mia casa, sui miei debiti inesistenti: era una copertura. Se qualcuno avesse scoperto che Rosanna mi aveva presa di mira, la spiegazione sarebbe stata semplice: avidità. Solo che non era l’avidità giusta. Non voleva i miei risparmi. Voleva tenere sotto controllo l’erede di una quota milionaria.
Se sposavo suo figlio, sarei stata a portata di mano. Conti cointestati, documenti di famiglia, deleghe, firme. Magari un giorno avrei firmato, senza saperlo, la rinuncia ai miei diritti.
E la richiesta falsa sul mio appartamento assunse un altro significato. Non era solo disperazione. Era una prova generale. Stefano aveva dimostrato di saper copiare la mia firma.
«E il trust?», chiesi.
Franco cadde dalle nuvole. Gli spiegai tutto. Cinquecentottantamila euro, io beneficiaria, Federica trustee.
«Da dove vengono quei soldi?»


