Franco fece scivolare la cartella verso di me. «Leggi.»
Estratti conto. Visure. Richieste di prestito. Documenti catastali. E una richiesta di finanziamento con garanzia ipotecaria sul mio appartamento di via Moretto, quello che avevo comprato prima di conoscere Stefano, con l’aiuto di mia madre, dopo la specializzazione.
Centonovantamila euro richiesti. In fondo, la mia firma.
Solo che non era mia.
«Che cos’è questa?»
«Non è andata a buon fine», disse Stefano con un filo di voce.
«Hai falsificato la mia firma.»
«Ero disperato. La banca l’ha respinta.»
«Non è questo il punto.»
Rosanna si fece avanti. «Non è mai stata approvata, quindi in pratica non è successo niente.»
«In pratica?», ripetei. «Un tentativo di furto va bene se la banca vi ferma prima?»
«Era per la famiglia.»
Continuai a sfogliare. Il saldo del mio fondo pensione. I miei investimenti. Una stima del valore della casa di mia madre. Qualcuno aveva mappato tutta la mia vita finanziaria.
Poi trovai una mail stampata. Da Rosanna a Stefano, quattordici mesi prima del matrimonio. L’oggetto era in maiuscolo: È LEI.
Il testo era breve. Casa di proprietà, stipendio buono, nessun debito, figlia unica, madre benestante. E una riga finale: non rovinare tutto.
«L’hai ricevuta?», chiesi a Stefano.
«Sì.»
«E mi hai chiesto di sposarti lo stesso.»
«Ti amavo.»
Guardai Rosanna. «Tu non volevi una nuora. Volevi un piano di salvataggio con l’abito bianco.»


