Quasi due anni dopo quel Natale andai a trovare Franco nella vecchia sede della ditta. Era in pensione e la separazione da Rosanna era chiusa. Lei aveva patteggiato per truffa e reati finanziari. L’indagine sull’incendio era stata riaperta e poi archiviata: dopo più di trent’anni le prove erano sparite e troppi testimoni erano morti.
Alcune verità arrivano quando la giustizia non è più possibile.
Franco mi porse una piccola scatola di legno. «Era di Leonardo.»
Dentro c’era un orologio d’acciaio, graffiato, con il vetro incrinato. Le lancette erano ferme alle 23:17.
«L’incendio?»
Franco annuì. «Lo portava tutti i giorni.»
«Era un brav’uomo?»
Sorrise con tristezza. «Sì. Testardo. Leale. Odiava le bugie.»
«A quanto pare anche questo era pericoloso.»
Poi Franco aggiunse: «C’è un’ultima cosa. Rosanna ha scritto dal carcere a Sabrina, chiedendole di consegnarti una lettera. Riguarda tuo padre. Paolo.»
La lessi quella sera. La grafia era inconfondibile.
Beatrice, ormai sai abbastanza per odiarci tutti. Probabilmente pensi che Paolo abbia ucciso Leonardo e poi gli abbia rubato la vita. Non è andata così.
Secondo Rosanna, Paolo aveva mentito nella sua confessione. Lui e Leonardo avevano litigato, sì. Ma la stufa si era rovesciata per caso, e Leonardo aveva spinto Paolo verso l’uscita. Si erano salvati entrambi.
Poi Leonardo era rientrato. Perché dentro c’era ancora Rosanna.
Quella notte lei era andata al magazzino per supplicarlo di non denunciarla. Il fumo l’aveva intrappolata in un ufficio. Leonardo l’aveva sentita gridare, era tornato indietro e l’aveva trascinata verso l’uscita. Una trave era crollata tra loro. Rosanna era uscita. Leonardo no.
Lessi quel passaggio tre volte. Mio padre era morto per salvare la donna che poi avrebbe rubato l’eredità di sua figlia.


