L’accordo sulla quota arrivò sedici mesi dopo quel Natale. I miei legali calcolarono decenni di utili non distribuiti. Gli avvocati di Franco collaborarono. La cifra era enorme.
Accettai una parte in denaro e tenni una parte della quota di Leonardo. Molti mi chiesero perché volessi restare legata a un’azienda che mi aveva causato tanto dolore.
Perché era sua. Non di Rosanna, non di Paolo. Di Leonardo. E adesso, in piccola parte, anche mia.
L’ultima volta che vidi Stefano fu sulla scalinata del tribunale, il giorno in cui il divorzio diventò definitivo. Era dimagrito, sembrava più vecchio. Per un attimo ricordai la prima domenica da sposati, lui che bruciava le frittelle ridendo. Poi ricordai la firma falsa. Entrambi i ricordi appartenevano allo stesso uomo.
«Beatrice. Mi dispiace.»
«Lo so.»
«Vuol dire che mi perdoni?»
«No. Vuol dire che credo che tu sia pentito.»
«Ti ho amata.»
«Credo che tu mi abbia amata quanto può amare qualcuno che mente su chi è.»
Gli si riempirono gli occhi. «Mia madre mi ha manipolato. Ha usato Mattia. Ha usato i debiti. Controllava tutto.»
«Sì», dissi. «Ma non è stata lei a falsificare la mia firma. Non è stata lei a baciare Sabrina. Non è stata lei a inventarsi la mia gravidanza. E non era lei seduta accanto a me, mentre avevo il brodo nei capelli, a dirmi di non rovinare il Natale.»
Abbassò la testa.
«Tua madre spiega alcune delle tue scelte», dissi. «Ma non le possiede.»
Annuì. Fu l’ultima conversazione che avemmo di persona.


