Non l’avevo fatto. Perché Beatrice era la mia amica. Poi la mia confidente. Poi mia moglie.
Parte 6 — Il biglietto nel medaglione
Un’infermiera è entrata con una busta trasparente. Dentro c’era il medaglione di Iris.
L’ispettrice l’ha esaminato. Dietro la fotografia si intravedeva della carta.
«C’è un foglio.»
Con i guanti, ha aperto il retro. Sotto la foto era stato pressato un bigliettino ripiegato. La carta era morbida, come se fosse stata aperta e richiusa centinaia di volte.
Melis ha letto in silenzio. Poi mi ha guardato.
«Deve leggerlo lei.»
La calligrafia era di Rachele. L’ho riconosciuta subito.
Stefano,
se stai leggendo questo insieme a Iris, allora sono riuscita a portarla dove doveva stare.
Ho creduto ai messaggi. Ho creduto che non ci volessi.
Beatrice mi ha detto che avevi scelto lei, e che cercarti avrebbe fatto male a tutti.
Anni dopo ho scoperto che rispondeva dal tuo indirizzo.
Iris è tua figlia. Ho il test.
Se dovesse succedermi qualcosa, amala abbastanza per tutti e due.
Rachele.
L’ho letto tre volte. Poi ho smesso di vedere le parole.
Melis mi ha mostrato un secondo foglio piegato. Il nome di un laboratorio. Un numero di pratica. Una probabilità di paternità.
99,99%.
Mia figlia.
Sei anni. Sei compleanni. I primi passi. Le prime parole. Il primo giorno di scuola.
Mi ero perso tutto.
Perché la donna che avevo sposato aveva deciso che dovevo perdermelo.
Iris si è svegliata. Ha guardato la stanza con gli occhi spalancati.
Mi sono messo nel suo campo visivo. «Sono qui.»
Il respiro le si è calmato. Poi ha notato il piatto vuoto accanto al letto e ha guardato la porta.
«Hai mangiato abbastanza», ho detto.
Si è irrigidita. Ho capito subito come era suonato.
«No. Volevo dire: ce n’è ancora, quando vuoi.»


