Stefano, adesso so la verità. Quei messaggi non li hai mai scritti tu. Ho sprecato anni ad essere arrabbiata con te. Non so se perdonare Beatrice o distruggerle la vita. Forse non avrò tempo per nessuna delle due cose. Quindi scelgo l’unica cosa che conta. Iris. Lei ti merita. Non permettere che la mia paura le costi anche l’altro genitore.
Ho premuto la lettera contro la fronte.
Gli inquirenti mi hanno mostrato il resto: una regola di inoltro creata su un mio vecchio account, i messaggi di Rachele deviati in una cartella nascosta, le risposte scritte da Beatrice usando le mie credenziali.
Non cercarmi più.
Iris non è un mio problema.
Smettila di usare una bambina.
Li ho letti tutti, con le mani che tremavano.
«Non li ho mai scritti io.»
«Lo sappiamo.»
«Rachele ci ha creduto.»
«Per anni.»
Parte 11 — L’audizione protetta
L’audizione protetta è stata la parte che temevo di più.
Iris in una stanza attrezzata per i bambini, con una psicologa. Io e Cecilia dietro il vetro. Vietato prepararla. Vietato suggerire.
«Lasciate che racconti la sua storia», ci ha detto la specialista.
Iris ha scelto un maglioncino giallo, perché Aurora le aveva detto che il giallo è il colore del coraggio.
Prima di entrare mi ha guardato.
«Guardi anche tu?»
«Sì.»
«Lei può vedermi?»
«No.»
Quello contava.
Le prime domande erano facili. Colore preferito: viola. Cibo preferito: pasta al forno. Animale preferito: cani.
Poi sono cambiate.
«Dove dormivi, nella casa di Stefano?»
«Nella stanzina.»
«Raccontami la stanzina.»
Iris ha abbassato gli occhi. «Non c’era la finestra.»
Cecilia mi ha stretto la mano.
«Potevi uscire quando volevi?»
«No. La porta si chiudeva da fuori.»
«Chi la chiudeva?»
«Beatrice.»
«Cosa succedeva quando facevi rumore?»
Le spalle di Iris si sono alzate. «Si arrabbiava. Toglieva le cose.»
«Quali cose?»


