Ma quando si è girata, ho dovuto trattenere le lacrime.
Per sei anni qualcuno aveva rubato quella parola a tutti e due.
Iris me l’aveva appena restituita.
Parte 13 — Il processo
Il processo è cominciato un lunedì di pioggia.
Beatrice è entrata con un tailleur blu. Per mezzo secondo la mia mente mi ha tradito: le cene, le vacanze, la donna che mi aveva tenuto la mano al funerale di mio padre.
Poi mi sono ricordato della stanzina.
Il ricordo ha corretto tutto.
Il pubblico ministero ha cominciato dalle fotografie. Il chiavistello. La griglia. Il materassino. Nessuno in aula si muoveva.
Poi la testimonianza medica. Malnutrizione. Disidratazione. Quadro compatibile con una segregazione prolungata.
Beatrice guardava dritto davanti a sé. Nessuna lacrima. Non fino a quando il medico ha nominato Aurora.
Allora si è girata verso la giuria e gli occhi le si sono riempiti all’istante.
Recitazione. Anche adesso.
L’ispettrice Melis ha spiegato le telecamere, il prepagato, i messaggi falsi, le ricevute del materiale fonoisolante comprato prima dell’arrivo di Iris.
L’avvocato ha provato a suggerire che qualcun altro potesse aver installato tutto.
Melis è rimasta calma.
«Gli acquisti sono stati fatti con la carta della signora.»
«Questo non prova che li abbia montati lei.»
«No.» Melis ha guardato la giuria. «Lo prova il video in cui regola la telecamera.»
Silenzio.
Poi ha testimoniato Cecilia. Ha raccontato la malattia di Rachele. Le carte dell’affidamento. Il giorno in cui aveva portato Iris a casa nostra.
«Chi ha aperto la porta?»
«Beatrice.»
«E il giorno dopo ancora?»
La voce di Cecilia si è spezzata. «Ha detto che Iris era scappata.»
«E lei cosa ha fatto?»
«L’ho cercata. Per sette mesi. Ogni giorno.»
L’avvocato ha provato a insinuare che Rachele avesse problemi economici e mirasse ai soldi della mia famiglia.


