Hanno mangiato il pane sedute per terra.
Poi Iris si è alzata e ha guardato la sua porta. Era chiusa.
È andata ad aprirla. L’ha richiusa. L’ha riaperta.
Solo perché poteva.
«Tutto bene?» ho chiesto.
Ha annuito. Ha ascoltato le risate che salivano dal piano di sotto.
Poi mi ha guardato.
«Non ho più paura delle porte.»
Mi si è stretto il petto. «È una cosa enorme.»
«Lo so.»
È venuta tra le mie braccia. Aurora ci ha abbracciati tutti e due.
Poi Iris ha sussurrato contro la mia spalla:
«Secondo te la mamma lo sa che sto bene?»
Ho chiuso gli occhi. Non volevo fingere di sapere cose che non so.
«Non so esattamente cosa succede dopo. Ma so cosa voleva la tua mamma.»
«Cosa?»
«Che tu fossi al sicuro.» Le ho baciato i capelli. «E amata.»
Aurora ha stretto più forte. «E rumorosa.»
Iris ha riso.
«Sì», ho detto. «E molto rumorosa.»
Si è staccata. «Io sono tutte quelle cose.»
Ha guardato la foto di Rachele. Poi la porta aperta. Poi Aurora. Alla fine me.
«E sono anche felice.»
Quelle parole valevano ogni aula di tribunale. Ogni notte insonne. Ogni lacrima.
Non perché cancellassero quello che era successo. Niente lo cancella.
La giustizia non cancella le cicatrici. L’amore non cancella i ricordi. La sicurezza non riscrive il passato.
Ma Iris non viveva più dentro il passato.
Aveva una scuola. Delle amiche. Una stanza viola e gialla. Una dispensa piena e a vista. Una zia che chiamava troppo spesso. Una nonna che stava imparando a guadagnarsi la fiducia. Una sorella che a quattro anni aveva rubato il pane per tenerla in vita.
E un padre che aveva finalmente capito la differenza tra amare qualcuno e decidere al posto suo.


