Era appena una stanza. Poco più di un metro e mezzo. Un materassino per terra. Una bottiglia d’acqua vuota. Qualche incarto.
E contro la parete in fondo, rannicchiata, una bambina.
Sembrava avere sei anni, forse sette. I capelli aggrovigliati. Le guance scavate. Le ginocchia strette al petto. Una maglietta gialla troppo grande.
Quando la luce del telefono le ha toccato il viso, ha alzato un braccio per coprirsi gli occhi.
«Va tutto bene», ho detto.
Si è ritratta. «No!»
Mi sono fermato. «Non ti tocco.»
Alle mie spalle Beatrice ha cominciato a piangere. La bambina l’ha sentita e ha iniziato a tremare in tutto il corpo.
Mi sono girato. «Esci.»
«Stefano, ti prego—»
«ESCI!»
Mi sono accovacciato a due metri da lei.
«Mi chiamo Stefano.»
Lentamente ha abbassato il braccio.
Aveva gli occhi azzurri.
Quegli occhi li conoscevo. Li avevo visti in delle fotografie. Anni prima. Di una donna che si chiamava Rachele Vidali.
Una donna che avevo amato prima di Beatrice. Una donna che era sparita dalla mia vita senza spiegazioni.
La bambina ha tirato fuori da sotto la maglietta un medaglione di plastica appeso a un cordino sfilacciato. Dentro c’era una fotografia sbiadita.
Io. Dieci anni più giovane. Accanto a Rachele.
Il cuore mi si è fermato.
La bambina ha guardato la foto. Poi ha guardato me. Le labbra screpolate le tremavano.
«La mamma diceva che mi avresti riconosciuta.»
Poi ha sussurrato una parola sola.
«Papà.»
Parte 4 — Sette mesi
«Quanti anni hai?» le ho chiesto.
«Sei.»
Mi sono quasi cedute le ginocchia.
Sei. Rachele se n’era andata sei anni prima. Un ultimo messaggio in cui diceva che le serviva un taglio netto. Poi il numero cambiato. Avevo provato a cercarla per mesi. Alla fine avevo smesso.
Beatrice era lì, quando avevo smesso.


