«Lei pensava che Rachele fosse fuori dai giochi per sempre.»
Beatrice ha capito cosa aveva appena detto.
Troppo tardi.
«E invece Rachele le ha mandato sua figlia», ha detto il PM.
Il viso di Beatrice si è deformato.
«Ha rovinato tutto.»
Eccolo.
Nessuna crisi. Nessuna confusione. Nessuna protezione.
Solo odio.
Il pubblico ministero si è girato verso la giuria.
«Una madre che stava morendo ha mandato sua figlia da suo padre.»
Poi ha guardato Beatrice.
«E lei ha chiuso quella bambina dentro un muro.»
Parte 14 — La sentenza
La giuria popolare e i giudici hanno deciso dopo undici ore.
Undici ore che sono state più lunghe dei sette mesi precedenti.
Colpevole di sequestro di persona.
Colpevole di maltrattamenti su minore.
Colpevole di falso.
Colpevole di tentata truffa sul patrimonio familiare.
Colpevole. Colpevole. Colpevole.
Ogni parola scioglieva un nodo nel mio petto.
Beatrice ha scosso la testa. «No.»
Poi si è girata verso di me.
«Ti amavo. Ho fatto tutto questo perché ti amavo.»
Le ho risposto una volta sola.
«No. Amavi la versione di me che avevi costruito tu.»
Alla lettura della pena, Iris ha voluto esserci.
Ne avevamo parlato con la psicologa. Poteva restare solo per le dichiarazioni e andarsene quando voleva.
Aveva un vestito azzurro e mi stringeva la mano fortissimo.
Quando è entrata Beatrice, Iris si è irrigidita.
«Possiamo andare via», ho sussurrato.
«No. Voglio restare.»
Ho letto la mia dichiarazione.
«Beatrice non ha soltanto chiuso mia figlia in una stanza. Ha provato a cancellarne l’esistenza. Le ha insegnato che suo padre la odiava. Ha insegnato alla mia figlia più piccola che dire la verità è pericoloso. Ha trasformato il cibo in un’arma e il silenzio in una prigione.»
Mi tremava la voce.
«Ma ha fallito.»
Ho guardato Iris.


