Quel giovedì di fine giugno avrei dovuto essere a casa. Lo ripeto ancora oggi, a volte ad alta voce, come se bastasse dirlo per riavvolgere il pomeriggio.
Mi chiamo Martina, ho trentun anni e faccio la farmacista in un paese alle porte di Cremona. Allora mia figlia Greta aveva tre anni e quattro mesi. Parlava a frasi corte, rideva con tutto il corpo e non si separava mai da Lulù. Lulù era una bambola di stoffa con un vestito rosa a pois, che le avevo cucito io la notte prima del suo primo compleanno.
Quel giorno l’asilo era chiuso per una disinfestazione straordinaria. Mio marito Nicola era a Piacenza per lavoro fino a sera. La collega che doveva sostituirmi aveva la febbre. Restava una sola persona: mia suocera, Graziella.
Greta era già stata da lei altre volte, ma mai per un pomeriggio intero. Graziella era vedova da quattro anni e viveva in una villetta a schiera con un piccolo giardino e una cucina sempre in ordine. Al piano terra aveva una stanza che chiamava “la stanza del cucito”, piena di stoffe e di cesti. C’era anche una vecchia macchina a pedale che nessuno aveva il permesso di toccare.
Le lasciai Greta a mezzogiorno e mezza. Mia suocera guardò lo zainetto e sospirò.
«Quanta roba. Mica parte per un mese.»
«Ci sono il cambio, l’acqua e la merenda» dissi. «Dopo pranzo di solito fa un riposino, ma se non ha sonno basta che stia tranquilla.»
«Martina, ho cresciuto due figli. So come si tiene una bambina.»
Al tavolo c’era anche mia cognata Camilla, la sorella minore di Nicola, con il telefono in mano. Mi rivolse un sorriso stanco, quasi di scuse. Greta mi abbracciò le gambe e alzò Lulù verso di me.
«Lulù resta con me.»


