A gennaio Graziella mise in vendita la villetta e si trasferì a Mantova, da zia Iolanda. Non ce lo disse. Lo scoprimmo da un cartello dell’agenzia immobiliare e da un breve messaggio della zia a Camilla: “Passate a prendere le cose di vostro padre prima del rogito.”
Ci andarono Nicola e Camilla, un sabato mattina di nebbia. Io restai a casa con Greta. La sera Nicola mi raccontò tutto, seduto sul bordo della vasca mentre nostra figlia faceva il bagno.
Le stanze erano già quasi vuote. Negli scatoloni c’erano le cose di Ugo: gli attrezzi, un orologio da taschino, una pila di vecchie musicassette. Poi erano arrivati davanti alla stanza del cucito.
La macchina a pedale era ancora lì, ma i cesti di stoffa non c’erano più. La tapparella era alzata e, nella luce di gennaio, la stanza sembrava piccolissima. Innocua. Una stanza come tante.
Camilla si era inginocchiata davanti allo stipite, dalla parte interna, all’altezza di un bambino. Con l’unghia aveva grattato un punto in cui la vernice era più spessa.
Sotto c’era una scritta a matita, sbiadita, nella calligrafia grande e storta di Ugo.
“Se sei qui dentro, papà sta arrivando.”
«L’aveva scritta per me, quella sera» disse Camilla quando Nicola si voltò verso di lei. «Me l’aveva fatta leggere. La mamma ci ha ripassato sopra la vernice un mese dopo il funerale.»
Nicola rimase a guardarla a lungo.
«Greta non ha potuto leggerla» disse.
«Greta aveva te» rispose Camilla. «E aveva Martina. Stavate arrivando. E siete arrivati.»
Prima di andare via, Nicola fotografò la scritta. Poi caricò in macchina le sedie della cucina rimaste e le portò all’isola ecologica. Non disse niente, e Camilla non gli chiese niente.
Quella sera, quando mi mostrò la foto, Greta si sporse dalla vasca per vedere.
«Cosa c’è scritto, papà?»
Nicola ci pensò un momento.
«C’è scritto che quando qualcuno ha paura, qualcun altro arriva sempre.»
Greta annuì, soddisfatta, e tornò alle sue paperelle.


