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Capitolo 19: L'Assistente Sociale

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Capitolo 19 di 24
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Due settimane dopo arrivò la convocazione dei servizi sociali. La dottoressa Nadia Cortesi era una donna sui cinquant’anni, con la voce bassa e una pazienza che sembrava infinita. Ci incontrò prima da soli e poi con Greta, in una stanza piena di tappeti colorati e di costruzioni.

Io avevo paura che qualcuno pensasse che la colpa fosse mia, che avessi lasciato mia figlia nelle mani sbagliate. Glielo dissi, quasi piangendo.

«Signora, lei ha lasciato sua figlia alla nonna per un pomeriggio» rispose la dottoressa Cortesi. «Lo fanno milioni di genitori. E quando qualcosa non le tornava, non ha aspettato: in meno di un’ora era lì. Non è una colpa. È esattamente quello che un genitore deve fare.»

Intanto Greta, sul tappeto, costruiva una casa con i mattoncini. A un certo punto ci mise dentro un pupazzetto e poi, con cura, lasciò un buco nel muro.

«Questa è la porta» spiegò alla dottoressa. «Resta aperta.»

La dottoressa prese un appunto e sorrise.

Nelle settimane seguenti le cose si mossero lentamente, come succede con le cose serie. I carabinieri avevano i tabulati del telefono di Graziella, con la chiamata delle 14:06 e quella ignorata delle 14:13. Avevano le foto degli scontrini di Camilla e la relazione del pronto soccorso. Avevano la sedia, e lo zainetto appeso troppo in alto con la borraccia ancora piena.

E avevano la dichiarazione di Camilla, firmata riga per riga.

L’avvocata Mancuso ci spiegò che era stato aperto un procedimento. Nel frattempo, a Graziella era stato vietato di avvicinarsi a Greta.

Quando lo seppe, mia suocera non chiamò Nicola. Chiamò Camilla.

La telefonata durò quattro minuti. Camilla ascoltò tutto senza dire una parola. Alla fine rispose con una sola frase:

«Mamma, io non sono più nello sgabuzzino.»

E riattaccò.

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