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Capitolo 21: Davanti Al Giudice

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Capitolo 21 di 24
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L’udienza arrivò in autunno. Greta, naturalmente, non venne. Nessuno le chiese di raccontare niente in aula: per una bambina così piccola bastavano le relazioni dei medici, dei servizi sociali e della psicologa.

Graziella entrò con il tailleur blu che aveva indossato al funerale di Ugo. Non ci guardò. Si sedette accanto al suo avvocato con la schiena dritta e le mani sulla borsa.

Quando le diedero la parola, non chiese scusa.

Disse di essere una nonna presente e di aver cresciuto due figli senza l’aiuto di nessuno. Disse che il mondo era cambiato e che oggi non si poteva più nemmeno mettere un bambino in castigo. Disse che la porta della stanza del cucito “non era chiusa a chiave”, come se bastasse. E disse di essere uscita “per pochi minuti”.

Poi furono mostrati gli orari. La chiamata delle 14:06, quella ignorata delle 14:13, lo scontrino delle 14:41 e quello delle 15:58. E la porta aperta dai carabinieri alle 15:31, mentre lei era ancora a fare acquisti.

Poi fu mostrata la foto della sedia.

Graziella la guardò per un secondo e distolse lo sguardo.

Fu chiamata anche Camilla. Parlò con una voce ferma che non le avevo mai sentito. Raccontò quel pomeriggio: le tre volte in cui aveva chiesto di tornare e il telefono girato sul cruscotto. L’avvocato di Graziella le chiese se non stesse esagerando per rancore. Camilla rispose:

«Ho ventotto anni, e per la prima volta dico quello che ho visto. Se questo è rancore, ho aspettato vent’anni per averlo.»

Non racconterò tutti i dettagli del procedimento: sono cose private, e lente. Dirò solo che Graziella non avrebbe più potuto stare con Greta se non in presenza di un operatore, e solo se un giorno fossimo stati noi a chiederlo.

Uscendo dall’aula, Graziella passò accanto a Nicola e si fermò.

«Tuo padre sarebbe morto di vergogna» gli disse.

Nicola la guardò negli occhi.

«No, mamma. Mio padre avrebbe tolto la sedia. È l’unica cosa che ho davvero imparato da lui.»

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