L’udienza arrivò in autunno. Greta, naturalmente, non venne. Nessuno le chiese di raccontare niente in aula: per una bambina così piccola bastavano le relazioni dei medici, dei servizi sociali e della psicologa.
Graziella entrò con il tailleur blu che aveva indossato al funerale di Ugo. Non ci guardò. Si sedette accanto al suo avvocato con la schiena dritta e le mani sulla borsa.
Quando le diedero la parola, non chiese scusa.
Disse di essere una nonna presente e di aver cresciuto due figli senza l’aiuto di nessuno. Disse che il mondo era cambiato e che oggi non si poteva più nemmeno mettere un bambino in castigo. Disse che la porta della stanza del cucito “non era chiusa a chiave”, come se bastasse. E disse di essere uscita “per pochi minuti”.
Poi furono mostrati gli orari. La chiamata delle 14:06, quella ignorata delle 14:13, lo scontrino delle 14:41 e quello delle 15:58. E la porta aperta dai carabinieri alle 15:31, mentre lei era ancora a fare acquisti.
Poi fu mostrata la foto della sedia.
Graziella la guardò per un secondo e distolse lo sguardo.
Fu chiamata anche Camilla. Parlò con una voce ferma che non le avevo mai sentito. Raccontò quel pomeriggio: le tre volte in cui aveva chiesto di tornare e il telefono girato sul cruscotto. L’avvocato di Graziella le chiese se non stesse esagerando per rancore. Camilla rispose:
«Ho ventotto anni, e per la prima volta dico quello che ho visto. Se questo è rancore, ho aspettato vent’anni per averlo.»
Non racconterò tutti i dettagli del procedimento: sono cose private, e lente. Dirò solo che Graziella non avrebbe più potuto stare con Greta se non in presenza di un operatore, e solo se un giorno fossimo stati noi a chiederlo.
Uscendo dall’aula, Graziella passò accanto a Nicola e si fermò.
«Tuo padre sarebbe morto di vergogna» gli disse.
Nicola la guardò negli occhi.
«No, mamma. Mio padre avrebbe tolto la sedia. È l’unica cosa che ho davvero imparato da lui.»


