Entrarono due soccorritori con una borsa e un lenzuolino fresco. Mi chiesero di tenere Greta in braccio mentre la visitavano. Le misurarono la temperatura e il battito, poi le pizzicarono piano la pelle sul dorso della mano per vedere quanto ci metteva a distendersi. Quando le avvicinarono una bottiglietta con la cannuccia, Greta bevve con un’avidità che non le avevo mai visto. Uno dei due, con dolcezza, le disse di andare piano.
«È disidratata» mi disse il soccorritore più anziano. «Per fortuna è arrivata lei. La portiamo in pediatria per un controllo e per reidratarla come si deve.»
Stavamo andando verso l’ambulanza, con Greta avvolta nel lenzuolino, quando in fondo alla via comparve una Fiat Tipo grigia.
L’auto rallentò davanti ai lampeggianti e si fermò.
Sul sedile del passeggero c’era Camilla. Dal finestrino si vedevano bene le buste sul sedile posteriore: una di un negozio di tessuti, un’altra piena di cuscini e una scatola di tende.
Non stavano correndo da un medico e non stavano cercando Greta. Non c’era nessuna emergenza.
Erano andate a fare shopping, mentre mia figlia era chiusa in quella stanza.


