Alla fine di febbraio Greta compì quattro anni.
Facemmo una piccola festa in casa, con i palloncini gialli, perché il giallo era diventato il suo colore. C’erano Camilla, due compagni dell’asilo con le loro mamme e la maestra Ottavia, che passò a lasciare un regalo. Lulù, con il suo vestito giallo a fiori bianchi, sedeva a capotavola su una pila di cuscini.
Quel giorno l’avvocata Mancuso ci inoltrò un biglietto arrivato tramite il legale di Graziella. Diceva soltanto: “Per Greta. Un giorno capirai che la nonna voleva il tuo bene.”
Non conteneva scuse né domande. Non chiedeva nemmeno come stesse la bambina.
Non lo diedi a Greta e non lo buttai. Lo misi in una busta, in fondo a un cassetto. Quando sarà grande deciderà lei cosa farne. Sarà la sua storia da leggere, non la mia da nascondere.
Quando arrivò la torta, Greta chiuse gli occhi per esprimere il desiderio. Ci mise così tanto che tutti scoppiarono a ridere. Poi soffiò sulle candeline e le spense al primo colpo.
«Cosa hai chiesto?» le domandò Camilla.
«Non si dice» rispose lei, seria. Poi si avvicinò al suo orecchio e lo disse lo stesso, a voce così alta che lo sentimmo tutti.
«Che Lulù non ha mai più paura.»
Quella sera, dopo il bagno e la favola, la misi a letto. Lulù dormiva sul cuscino, accanto alla sua guancia.
«Mamma» sussurrò Greta, già mezza addormentata. «La porta.»
«Aperta, amore.»
«Tutta?»
«Tutta.»
Rimasi un po’ sulla soglia a guardarla respirare.
Quel giorno di giugno mia suocera disse che Greta doveva imparare a calmarsi da sola. Io, invece, ho imparato un’altra cosa. Nessun bambino di tre anni deve imparare a stare da solo dietro una porta bloccata. Deve imparare che, quando chiama, qualcuno arriva.
Da allora, quando mia figlia non è con me, il mio telefono non è mai più rimasto in silenzioso.


