Lasciò l’auto di traverso sul marciapiede e corse verso di noi, con la camicia da lavoro incollata alla schiena. Quando vide Greta tra le mie braccia, con le guance rosse e gli occhi gonfi, si fermò di colpo, come se avesse sbattuto contro un vetro.
«Cos’è successo? Martina, cos’è successo?»
Glielo dissi senza giri di parole, perché non me ne restavano più.
«Tua madre ha chiuso nostra figlia nella stanza del cucito, con una sedia sotto la maniglia. Poi è andata a fare shopping con tua sorella.»
Nicola si voltò verso la casa. Dalla portafinestra aperta si vedeva un pezzo di corridoio e, sul pavimento, la sedia rovesciata.
Lo guardai mentre la guardava. Nei suoi occhi c’era qualcosa che non gli avevo mai visto: la fatica di un uomo che cerca di far combaciare quell’immagine con sua madre. La donna che gli preparava la merenda, che gli aveva stirato la camicia per il primo colloquio e che aveva pianto al nostro matrimonio.
Le due cose non combaciavano.
«Mamma?» disse soltanto.
Graziella sospirò, come si sospira davanti a un figlio che non capisce.
«L’ho messa in un posto tranquillo, Nicola. Tutto qui. Stava dando spettacolo.»
Greta alzò la testa dalla mia spalla e guardò suo padre.
«Nonna arrabbiata» disse.
Poi passò un dito sul vestito strappato di Lulù, proprio lungo lo squarcio.
«Nonna ha detto bimba cattiva.»
Il viso di Nicola cambiò. Non so descriverlo meglio di così: fu come se dentro di lui qualcosa si fosse spostato di un centimetro e non potesse più tornare al suo posto.
Graziella se ne accorse, ma invece di fermarsi alzò la voce.
«Urlava! Aveva bisogno di limiti! Anche voi avete avuto tre anni» disse, guardando prima lui e poi Camilla. «Vi ho cresciuti tutti e due, e mi pare che nessuno sia morto perché pretendevo che vi comportaste bene.»
Nel silenzio che seguì, Camilla voltò di scatto la testa dall’altra parte.
Non era fastidio. Era la reazione di chi sente una frase che conosce fin troppo bene.
In quel momento capii che quelle parole nascondevano molto più di quanto potessi immaginare.


