In ospedale la tennero in osservazione per la notte. Il pediatra di turno, il dottor Samuele Orsini, era un uomo gentile con gli occhiali sollevati sulla fronte. Ci spiegò che la disidratazione era moderata e che la flebo avrebbe fatto il suo lavoro. Aggiunse che i bambini piccoli si riprendono in fretta, se li si trova in tempo.
Se li si trova in tempo. Quella frase mi è rimasta in testa per settimane.
Greta si addormentò verso le otto, con un braccio intorno a Lulù e l’altro intorno al mio. Ogni tanto si svegliava di colpo, guardava la porta della stanza e controllava che fosse aperta. L’infermiera se ne accorse e, senza che nessuno glielo chiedesse, la bloccò con un fermaporta.
Nicola rimase in piedi vicino alla finestra per ore.
Quando finalmente parlai, la voce mi uscì più dura di quanto volessi.
«Te l’avevo detto tante volte che tua madre con lei esagerava.»
«Lo so.»
«Mi rispondevi che era solo severa. Che era fatta così. Che dovevo avere pazienza.»
«Lo so, Martina.»
«No, non lo sai. Tu non l’hai vista. Io sì. Seduta per terra, con una scarpa sola.»
Nicola si voltò. Aveva gli occhi rossi, ma non piangeva.
«Hai ragione» disse. «E c’è una cosa che non ti ho mai detto, perché fino a oggi pomeriggio non ero sicuro che fosse vera.»
Mi guardò, poi guardò la porta aperta.
«In quella stanza ci sono già stato anch’io.»
Prima che potessi chiedergli altro, qualcuno bussò piano allo stipite.
Era Camilla.


