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Capitolo 23: Quello Che Resta

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Capitolo 23 di 24
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A settembre Greta era tornata all’asilo. Le prime settimane furono difficili. All’ora del riposino non riusciva a chiudere occhio se la porta del dormitorio era accostata. La sua maestra, Ottavia, non fece domande: la lasciò spalancata e mise la brandina di Greta nel punto da cui si vedeva il corridoio.

Un giorno, andando a prenderla, notai in un angolo della sezione un tappetino morbido con qualche cuscino e dei libri. Sopra c’era un cartello disegnato a mano: L’angolo della calma.

«Quando un bambino è arrabbiato viene qui» mi spiegò la maestra Ottavia. «Con un adulto vicino. Nessuno si calma da solo, a tre anni. Si impara a calmarsi insieme a qualcuno.»

Tornai a casa e piansi in macchina per dieci minuti buoni. Era esattamente il contrario di quello che mi era stato ripetuto per sei anni.

Anch’io cominciai un percorso con una psicologa. Per mesi le ripetei la stessa frase: «Ho guardato il telefono sette minuti troppo tardi.» Un giorno lei mi rispose: «E un’ora dopo lei era in quella casa, a parlare con sua figlia attraverso una tapparella. Si ricordi anche questo, non solo i sette minuti.»

In farmacia la dottoressa Pellegrini mi concesse una cosa che non avevo nemmeno chiesto: quando Greta non è con me o con Nicola, il mio telefono resta sul bancone, con la suoneria accesa.

Anche Nicola iniziò una terapia. Mi disse che la parte più dura non era ricordare lo sgabuzzino. Era accorgersi di quante volte aveva ripetuto a me le frasi di sua madre: “Non essere esagerata.” “Ai miei tempi…” “È fatta così.” Ora, quando Greta piange, lui si inginocchia. Sempre. Anche quando è stanco e anche quando il capriccio è per un biscotto.

Camilla andò a vivere nel suo nuovo appartamento, ma le tende comprate quel pomeriggio non le montò mai: le regalò alla parrocchia. Ogni domenica viene a pranzo da noi. Greta la chiama “zia dottore”. Da Mantova, invece, non arrivò mai una sola parola di scuse.

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