Camilla si portò una mano alla bocca. Le spalle cominciarono a tremarle e poi scoppiò a piangere, lì sul vialetto, davanti ai vicini che ormai guardavano apertamente dalle finestre.
Pensai che fosse il senso di colpa verso Greta. In parte lo era, ma non era solo quello.
«Mamma» disse piano, con la voce rotta. «Te l’avevo detto che non dovevamo uscire.»
Graziella si girò verso di lei con una tale furia che il maresciallo Ferri smise di scrivere a metà di una parola.
«Stai zitta» sibilò.
Ferri fece un passo avanti. «Lei le aveva detto di non uscire?» chiese a Camilla.
Camilla capì troppo tardi quello che aveva appena ammesso. Guardò sua madre, poi il maresciallo, poi Greta tra le mie braccia. Le lacrime le colavano sul mento.
«Sì» disse. «Gliel’ho detto. Due volte.»
Per la prima volta da quando era scesa dall’auto, Graziella sembrò avere paura. Non dei carabinieri, e nemmeno dell’ambulanza.
Aveva paura di quello che sua figlia avrebbe potuto dire dopo.
Il maresciallo chiese a Camilla di restare e a Graziella di non allontanarsi. A me disse di andare con mia figlia: le dichiarazioni le avrebbero raccolte con calma.
Nicola salì sull’ambulanza con noi. Si sedette sul sedile laterale, con le mani intrecciate tra le ginocchia, e per tutto il tragitto non disse una parola. Guardava Greta che beveva a piccoli sorsi dalla cannuccia. Guardava Lulù, che lei aveva voluto tenere sulla pancia così com’era, rotta.
A un certo punto Greta allungò la mano e gli strinse un dito.
Lui chiuse gli occhi.


