I carabinieri arrivarono alle 15:24 con due pattuglie, e poco dopo arrivò l’ambulanza. La prima a scendere fu la carabiniera Ivana Deiana, una donna minuta con i capelli raccolti e lo sguardo di chi ha già visto troppe porte chiuse. Dietro di lei c’era il maresciallo Paolo Ferri, alto, con il taccuino già aperto.
Spiegai tutto in pochi secondi: la chiamata persa, il telefono che squillava a vuoto, la bambola nel bidone, la voce dietro la tapparella.
Il maresciallo provò a chiamare Graziella dal suo telefono, ma nessuno rispose. Suonò anche alla vicina che teneva le chiavi di scorta, ma la signora era al mare da una settimana.
«Entriamo» disse Ferri.
Scelsero la portafinestra sul retro, quella che dava sul giardino. Quando il telaio cedette, sobbalzai per il rumore. La carabiniera Deiana entrò per prima. Mi avevano detto di aspettare fuori, ma la seguii.
Dentro l’aria era ferma e calda come in una serra. La cucina era perfetta: i piatti lavati e lo strofinaccio piegato sulla maniglia del forno. Sul bancone c’era ancora il piatto di Greta, con la pasta quasi intatta. Lo zainetto con la borraccia era appeso all’attaccapanni, troppo in alto perché una bambina potesse arrivarci.
In fondo al corridoio c’era la porta della stanza del cucito.
Davanti alla porta c’era una sedia della cucina, incastrata sotto la maniglia con lo schienale inclinato.
Rimasi ferma, senza riuscire a staccare gli occhi da quelle quattro gambe di legno. Nessuno aveva chiuso quella porta per sbaglio, e non era un gioco finito male. Qualcuno aveva preso una sedia, l’aveva portata fin lì e l’aveva sistemata con cura, perché la maniglia non potesse abbassarsi.
Poi quella persona aveva preso la borsa ed era uscita.
«Signora, resti un passo indietro» disse la carabiniera.
Afferrò lo schienale e tirò. La sedia scivolò di lato e cadde sul pavimento, in mezzo al corridoio. Nessuno la raccolse.
La carabiniera abbassò la maniglia e aprì la porta.


