Il deposito ferroviario si trovava dietro una stazione secondaria, in un edificio di mattoni rossi che sembrava rimasto fermo agli anni Ottanta.
Giulia mi accompagnò.
Il custode, un uomo anziano di nome Sergio, ci accolse con evidente nervosismo.
«Non voglio problemi», disse.
«Non ne avrà», rispose Giulia. «Vogliamo soltanto chiarire la proprietà del bagaglio.»
Sergio ci condusse in una stanza piena di scaffali metallici.
La valigia era sopra un tavolo.
Rossa, rigida, con una maniglia consumata.
La riconobbi.
Mia madre la utilizzava quando viaggiavamo al mare durante la mia infanzia.
Mi sembrò di sentire nuovamente il profumo dei suoi vestiti e della lavanda che sistemava sempre tra gli indumenti.
Giulia verificò i documenti prima che Sergio ci permettesse di aprirla.
Dentro trovammo vecchi quaderni, fotografie, un foulard e diverse lettere.
Ma ciò che attirò la mia attenzione fu un piccolo registratore portatile.
Accanto c’era una cassetta.
Sul nastro, scritto con un pennarello blu, compariva il mio nome.
Lorenzo.
Sergio ci prestò un vecchio lettore.
Inserii la cassetta.
Per alcuni secondi si sentì soltanto un fruscio.
Poi una voce.
La voce di mia madre.
«Lorenzo, se stai ascoltando questa registrazione, significa che non sono riuscita a spiegarti tutto di persona.»
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
Non ascoltavo quella voce da undici anni.
«Ho commesso un errore molti anni fa. Non perché non sapessi distinguere il bene dal male, ma perché avevo paura di perdere ciò che amavo.»
La registrazione si interruppe brevemente.
Poi riprese.
«C’è una bambina che ho promesso di proteggere. Non è mia figlia, ma il suo destino è legato alla nostra famiglia.»
Guardai Giulia.
Lei rimase in silenzio.
«Quella bambina è cresciuta credendo a una storia che altri hanno scritto per lei. Un giorno potrebbe cercarti. Se accadrà, non giudicarla prima di conoscere la verità.»


