Aveva le lacrime agli occhi.
Tommaso continuò.
«La mia nonna Elena dice che una casa è bella quando le persone possono parlare senza avere paura.»
Fece una pausa.
«Allora io vorrei che questa fosse una casa bella.»
Gli ospiti applaudirono.
Elena si alzò lentamente e lo abbracciò.
Più tardi, quando tutti se ne furono andati, rimasi solo nella stanza azzurra.
Sulla scrivania c’era la scatola di latta che aveva dato inizio a tutto.
La aprii un’ultima volta.
Dentro conservavo la fotografia, il biglietto ferroviario e la lettera di Teresa.
Lessi nuovamente le sue parole.
Non cercare la verità nella mia morte. Cercala nella vita che mi hanno impedito di proteggere.
Per mesi avevo interpretato quella frase come un messaggio di colpa.
Adesso ne comprendevo un significato diverso.
Mia madre non mi aveva chiesto di vendicarla.
Mi aveva chiesto di non ripetere il suo silenzio.
Sentii dei passi dietro di me.
Era Elena.
«Teresa sarebbe stata felice di vedere questa stanza», disse.
«Credi davvero?»
«Sì.»
Si avvicinò alla finestra.
Il sole stava tramontando sui vigneti.
«Sai, Lorenzo, tua madre aveva una convinzione.»
«Quale?»
Elena sorrise.
«Diceva che le rondini tornano sempre dove trovano un posto sicuro.»
Guardai la piccola rondine di ceramica sul pianoforte.
«E se quel posto non esiste più?»
«Allora bisogna costruirne uno nuovo.»
In quel momento Tommaso entrò correndo.
«Papà! Vieni a vedere!»
Lo seguii in giardino.
Sotto il tetto della limonaia, due rondini stavano costruendo un nido.
Tommaso indicò i piccoli uccelli con entusiasmo.
«Guarda! Hanno scelto casa nostra!»
Beatrice ci raggiunse.
Elena sorrise.
Agnese rimase accanto alla porta.
Per qualche istante nessuno parlò.
Poi Tommaso mi prese la mano.
«Papà, adesso la storia è finita?»
Guardai le persone intorno a me.
Pensai a Teresa, ai suoi errori, al suo coraggio tardivo.


