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Capitolo 5: La fotografia senza un nome — Parte 1

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Capitolo 5 di 29
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La pioggia continuava a battere contro le finestre della biblioteca quando Agnese Rinaldi si sedette sulla poltrona accanto al camino.

Beatrice rimase in piedi.

Tommaso si era addormentato sul divano, esausto dopo il pianto. Lo coprii con una coperta e tornai verso le due donne.

«Voglio sapere tutto», dissi.

Agnese osservò il fuoco spento.

«Tua madre non era la donna che tutti credevano.»

Quelle parole mi irritarono.

«Mia madre era una persona onesta.»

«Lo era. Ma anche le persone oneste possono essere costrette a nascondere qualcosa.»

Agnese raccontò di aver lavorato a Villa Valdombra per quasi trent’anni, molto prima che io acquistassi la proprietà. La villa apparteneva allora alla famiglia Orsini, una dinastia di imprenditori la cui fortuna era stata costruita sulla produzione tessile.

Teresa vi aveva lavorato da giovane come restauratrice di dipinti.

Era brillante, indipendente e innamorata di un uomo che non avrebbe mai potuto sposare.

«Si chiamava Edoardo Orsini», spiegò Agnese.

Il nome mi era familiare.

Edoardo era stato l’ultimo proprietario della villa prima che la famiglia perdesse gran parte del patrimonio.

«E che cosa c’entra Beatrice?»

Agnese esitò.

«Edoardo ebbe una figlia che non poteva riconoscere pubblicamente.»

Beatrice si portò una mano al volto.

«Basta.»

«No», intervenni. «Adesso deve parlare.»

Agnese proseguì.

La bambina era nata durante un inverno particolarmente rigido. La madre biologica aveva dovuto rinunciare a crescerla, non per mancanza d’amore, ma a causa di pressioni familiari e di un accordo che avrebbe distrutto più di una reputazione.

La piccola era stata affidata a una coppia di conoscenti.

Aveva ricevuto un altro cognome.

E una storia inventata.

«Quella bambina ero io», disse Beatrice.

La guardai senza parlare.

«Perché non me l’hai mai detto?»

«Perché non sapevo tutta la verità.»

Agnese scosse la testa.

«Non è esattamente così.»

Beatrice la fissò.

«Avevamo un accordo.»

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