Andrea era stato il mio migliore amico all’università.
Avevamo fondato insieme la società di restauro, affrontato difficoltà economiche e costruito un’impresa rispettata.
Non avrei mai immaginato di trovarlo coinvolto in quella vicenda.
Lo convocai nel mio ufficio.
Arrivò con il suo solito sorriso.
«Lorenzo, che succede? Hai una faccia terribile.»
Gli mostrai i documenti.
Il sorriso scomparve.
«Dove li hai trovati?»
«Non è importante.»
«Lo è.»
«Andrea, hai autorizzato trasferimenti collegati alla Fondazione Aurora?»
Si sedette lentamente.
Per diversi secondi rimase in silenzio.
Poi annuì.
«Sì.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Perché?»
«Perché credevo fosse un investimento legittimo.»
«Due milioni di euro?»
Andrea si passò una mano sul volto.
«Riccardo mi aveva mostrato un progetto di valorizzazione del patrimonio artistico.»
«E non hai pensato di informarmi?»
«Mi aveva detto che Beatrice era d’accordo.»
«E questo ti sembrava sufficiente?»
Andrea abbassò lo sguardo.
«No.»
Parlammo per quasi due ore.
Andrea ammise di aver commesso gravi errori di valutazione. Sosteneva di non essere a conoscenza delle irregolarità più recenti.
Non sapevo se credergli.
Giulia, presente all’incontro, gli spiegò che sarebbe stato necessario consegnare tutta la documentazione e collaborare con le autorità competenti.
Andrea accettò.
Prima di uscire, però, si fermò sulla porta.
«C’è una cosa che devi sapere.»
«Che cosa?»
«Riccardo non voleva soltanto il patrimonio della fondazione.»
«Cos’altro voleva?»
Andrea mi guardò.
«Voleva che tu vendessi Villa Valdombra.»
«Perché?»
«Perché sotto la proprietà esiste qualcosa che non compare nei documenti ordinari.»
Rimasi immobile.
«Che cosa?»
Andrea scosse la testa.
«Non lo so. Ma ho visto una vecchia planimetria.»
«Dove?»
«Nel suo ufficio.»
Poi aggiunse:
«Sotto la limonaia era disegnata una seconda struttura.»


