Agnese ascoltò la notizia senza mostrare sorpresa.
Eravamo seduti nella cucina della villa.
Davanti a lei c’era una tazza di camomilla ormai fredda.
«Sapevi che Vittorio aveva partecipato alla gestione del patrimonio?» domandai.
«Sì.»
«Perché non ce l’hai detto?»
La donna abbassò gli occhi.
«Perché mi vergognavo.»
Vittorio Rinaldi era morto otto anni prima.
Per molti anni aveva lavorato come amministratore della tenuta.
Secondo Agnese, era stato lui a presentare Riccardo alla famiglia Orsini.
All’inizio aveva creduto nelle sue capacità.
Poi aveva compreso che alcune decisioni stavano danneggiando Elena.
«Vittorio voleva rimediare», raccontò.
«E lo ha fatto?»
«Ha aiutato Teresa a nascondere l’archivio.»
«Perché non avete denunciato tutto allora?»
Agnese sospirò.
«Perché avevamo paura. E perché alcune persone coinvolte erano molto influenti.»
Non cercò di giustificarsi.
Riconobbe che il silenzio aveva causato sofferenze enormi.
«Ho visto Beatrice crescere lontano da sua madre», disse piangendo. «Avrei potuto parlare prima.»
Beatrice, seduta accanto a lei, rimase a lungo in silenzio.
Poi le prese la mano.
«Non posso cambiare ciò che è successo.»
Agnese annuì.
«Lo so.»
«Ma voglio sapere una cosa.»
«Dimmi.»
«Perché sei tornata proprio adesso?»
Agnese guardò verso il giardino.
«Perché ho ricevuto una lettera.»
Estrasse una busta dalla borsa.
La carta era recente.
Non conteneva una firma.
Soltanto una frase.
La verità è ancora a Valdombra. Il bambino saprà indicarti dove cercare.
Tommaso, che stava giocando nella stanza accanto, apparve sulla soglia.
«Quella lettera l’ho vista.»
Mi voltai.
«Dove?»
«Nella cassetta della posta.»
«Quando?»
«Il giorno in cui è arrivata la signora Agnese.»
«Hai visto chi l’ha lasciata?»
Tommaso annuì.
«Era una donna con un cappotto verde.»
Agnese impallidì.
«Un cappotto verde?»
«Sì.»
La donna si portò una mano al petto.
«Elena ne aveva uno identico.»


